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Osvaldo Gnocchi-Viani

Chi siamo

 
Siamo socialisti, e, fra i socialisti, siamo collettivisti.
Spieghiamoci, senza equivoci: con franchezza e lealtà.
Cominciamo dal principio, e facciamoci questa domanda: Cos’è oggi la società?
È un corpo ammalato: ammalato, qui per indigestione, là per consunzione: sovrabbondanza da una parte, penuria dall’altra: la personalità umana, anormale sempre e dappertutto. La vita fraintesa, sregolata, o bistrattata: dove non c’è superfetazione, c’è mutilazione. Abbiamo sorgenti vitali che si ingorgano per soverchi umori, e sorgenti inaridite che non gemono che povere stille: squilibrio economico, demoralizzazione, ignoranza. Il lavoro reso disgustoso; ambìto l’ozio. L’amore esclusivamente sensuale, o se no, strozzato. La scienza, privilegio di dominio, o adulterata perché non valga a rifare i caratteri. Oggi, generalmente, non si lavora, non si ama, non si studia nel vero, nobile, umano senso di queste parole. Tutte le classi sociali -anche quelle che sembrano le più prospere- sono ammalate. Non foss’altro, sarebbe un evidente sintomo di una generale malattia sociale il solo fatto di questa divisione della società in classi.

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Data la malattia, sorge naturale, istintiva la necessità della guarigione. E siccome la malattia colpisce le radici della vita, così la guarigione non può essere che una rigenerazione, o meglio, una redenzione della personalità umana: il che vuol dire che è indispensabile, necessario, cominciare la cura là dove comincia la vita. 

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Cos’è la vita?
La vita, nella sua integrale espressione umana, è lo sviluppo di tutte le facoltà inerenti alla nostra natura d’uomini. Ciò posto, noi troviamo che le sorgenti della nostra vita sono tre: -la sorgente economica, -la sorgente morale, -la sorgente intellettiva: dalle quali devono fluire la corrente del lavoro, la corrente dell’amore, la corrente della scienza. 
LAVORO, AMORE E SCIENZA, -ecco la vita della personalità umana nella sua interezza. L’umanità non dovrebb’essere che lo sviluppo integrale di questi tre grandi e primordiali elementi in ciascun uomo e l’armonia di tutti gli uomini in tal modo rigenerati.
E siccome, oggi,  ciò non è, così diventa necessario, urgente, promuovere il giusto sviluppo della personalità umana in una sola grande famiglia: ecco il nostro principio supremo, il nostro ultimo scopo: ecco insomma il Socialismo, come lo concepiamo noi, e come è, nella sua più alta e larga significazione. 

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È evidente che in esso è compresa la questione, che suolsi comunemente chiamare Questione Operaia, questione importante nel socialismo, ma che del socialismo non è che una parte. Pericoloso sarebbe il limitare la questione sociale entro gli angusti confini di una questione di classe, imperocché sarebbe in questo caso a temersi la sostituzione di una classe ad un’altra, ricopiando il funesto errore della borghesia, che, rivoluzionandosi, non fece che sostituirsi alla classe dei nobili e dei preti. Il socialismo non può, né deve intronizzare un quarto Stato, il quale probabilmente lascerebbe la possibilità di un quinto Stato sotto giacente. Niente di tutto questo. Noi vogliamo tutta la famiglia umana affratellata dal lavoro, dall’amore e dalla scienza. 

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Noi siamo usi a dire: vogliamo; ma ciò non è sempre esatto. Dovremmo invece, più spesso dire: Noi constatiamo, verifichiamo. Infatti noi, generalmente, non facciamo che esporre i mali, cercarne i rimedii fra i sintomi storici e reali che si appalesano, e propagarli, con vivacità, talora con audacia. Cosa, del resto, naturalissima, perché l’ardore della convinzione scalda anche a noi il sangue nelle vene.
Noi vediamo la società, marcia, avvelenata nelle sue radici vitali; e ciò ci irrita, ci scuote; ci agitiamo, e protestiamo collo sdegno nel cuore. È colpa nostra? Niente affatto.
Talvolta su questo grande corpo ammalato, vediamo qualche fibra dar sussulti di nuova vita; e noi allora, come molla che scatti, trasaliamo di gioia, e col sorriso sulle labbra facciam nostri quei sussulti. Vi par forse questo non naturale? A noi pare invece non solo naturale, ma benanco doveroso.

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Noi vediamo disuguaglianze enormi, brutali: vediamo una tendenza sempre più accentuata verso la grande industria, la grande coltura del suolo: vediamo moti spontanei di contadini che mirano, benché vagamente, a mettere a disposizione dei lavoratori la terra. Orbene: qual meraviglia se noi, interpretando questi sintomi sociali, conciliamo, per ora, l’ultimo rimasuglio della tradizione individualista coll’aspirazione al comunismo, e mettiamo innanzi, come riforma più vicina, la proprietà collettiva (al comune, per esempio) dei capitali di produzione (terra, materie prime, miniere, macchine, officine, ecc., ecc.) e delle case? -tutta proprietà inalienabile,- beni di cui individui e associazioni potranno aver l’uso per meglio creare e moltiplicare prodotti, riservando però questi in proprietà esclusiva degl’individui o associazioni, quando essi prodotti debbano servire alla consumazione privata. Non si vivrà più oziando. Ce ne fu già di troppo dell’ozio al mondo! Non si vivrà più usureggiando; non si vivrà più di rendite, provenienti dal caso, dal giuoco, o simili. Tutto verrà dal lavoro di tutti. A trutti un eguale punto di partenza, nascendo: la collettività assicurerà a ciascuno che nasce i mezzi del lavoro: nessuno avrà più bisogno di speculare sconciamente sulla morte de’suoi simili e far la figura del corvo che dà la caccia ai cadaveri. A che le eredità infatti quando tutti possono avere i capitali per lavorare? L’uomo li usa, li fa fruttare col suo lavoro, e da quei frutti trae il patrimonio del suo consumo. Non c’è che un erede: la collettività, -madre di tutti. Ecco le ragioni cardinali per le quali ci chiamiamo collettivisti. E quando diciamo di volere questo collettivismo, non lo diciamo già per smania inconsulta di novità, né per ira, o capriccio, ma lo diciamo perché ce lo suggeriscono mille sintomi sociali che si appalesano tutto dì nel campo economico, perché insomma ci incalza alle spalle una corrente che ha tutta la forza di una legge storica. 
Sciagurati coloro che non la vedono!

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Non si creda però che il collettivismo sia l’ultima fase del progresso economico: no. Un’altra fase sociale verrà dopo di esso. 
Ma in un remoto avvenire chi ci può leggere esattamente? 
Lasciamo aperta al progresso la porta: esso è indefinito. 
Oltre questi sintomi d’ordine economico, altri ce ne sono che soglionsi chiamare politici. 
Vediamo.
V’ha una tendenza generale, istintiva, violenta talora, mal repressa tal’altra, soffocata dentro di sé talvolta per privati interessi, ma non per questo meno vera, ed è la ripulsione a tutto ciò che è autorità accentratrice e imperiosa. Tutti desiderano il discentramento: tutti volgono l’animo all’idea del Comune. 
Che vuol dir ciò? 
Vuol dire che l’ente che si chiama Stato o GOverno va perdendo terreno nella pubblica stima; vuol dire che, proseguendo di questo passo, a poco a poco quel potere politico che si chiama l’autorità dello Stato si logora, s’assottiglia, si elimina per dar posto alle amministrazioni comunali. 
Esaminata bene addentro nelle viscere, cosa è questa progrediente eliminazione dello Stato?
È eliminazione anarchica. ANARCHIA infatti altro non vuol dire, nel suo significato primitivo e scientifico, che non-governo, e non-governo vuol dire libera amministrazione degli individui e dei gruppi spontaneamente svolgentisi.
Questa tendenza anarchica noi socialisti la vediamo, l’accettiamo e la studiamo. Perché infatti maledirla quand’essa può essere quella che ci addita la buona via? Perché recidere questa fibra della nostra carne, quand’essa potrebbe essere una fibra sana? E sana lo è. Nulla quindi di più logico che il nostro presagio della federazione dei comuni autonomi, come ordinamento preparatore di forme organiche più libere. 
Si noti una cosa però: siccome questo movimento verso il comunalismo (da non confondersi col comunismo) va di pari passo con quello verso il collettivismo, così la reciproca influenza di questi due movimenti sociali farà sì che il comune non sarà più come è oggi, ma sarà la risultanza dello spontaneo aggruppamento dei cittadini, diventati tutti produttori, e delle loro associazioni di lavoro.

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A cotesta questione un’altra si collega strettamente, e tutta d’attualità. È quella della così detta azione politica nello stato odierno delle cose. Argomento delicato e scottante. 
Premettiamo innanzi tutto che il partito socialista avendo una vitalità propria, storica, e scientifica, non ha bisogno di mendicare né protezioni, né alleanze da questo o da quell’altro partito.
Nè si dica che se, per esempio, i socialisti accettassero domani la lotta elettorale ed usassero del diritto di voto farebbero offesa a sé stessi. No: perché qui non si tratterebbe che della rivendicazione ed esercizio di un diritto anteriore e superiore a qualunque Stato, a qualunque Governo, a qualunque partito politico. I socialisti che rivendicassero e si facessero arma di questo diritto e lo esercitassero, non come parlamentaristi, ma come socialisti, nulla perderebbero: come si valgono oggi del loro diritto di stampa, domani potrebbero valersi del loro diritto di voto; e come dalle colonne di un giornale protestano e affermano le idee socialistiche, potrebbero fare altrettanto dalla tribuna del deputato o del consigliere comunale o provinciale. È un mezzo di propaganda come un altro. E infatti, perché non lo potrà essere desso, se lo è la tribuna dell’accusato e del difensore nei tribunali e nelle corti d’assise?
-Ma è una tribuna pericolosa- dicono alcuni -specialmente la parlamentare. 
-E sia pure: si guasterà forse qualche compagno nostro. Si guasti! E che perciò? Si guasta forse per questo il socialismo? Vuol dire che avremo messo all’ultima prova un amico. Si è lasciato corrompere dall’ambiente? Ebbene: avremo un falso socialista di meno, e la società corrotta avrà un elemento corrotto di più nel proprio seno: si sfascerà in tal modo più presto.
Lasciatevi alle spalle il cadavere, e procedete oltre!

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Ritorniamo in carreggiata. 
Di conserva al duplice movimento economico-collettivista e federale-comunalista, un altro noi ne scorgiamo, anzi due altri. 
Uno riguarda la famiglia, l’altro la patria.
Si cerchi pure di nascondere da taluni il marcio che rode la prima e l’ipocrisia che si annida nella seconda: l’una e l’altra sono guaste nel midollo. 

**

La famiglia, come oggi è, ha in seno tre grandi germi di malessere, i quali, quando non riescono a farne un lagrimevole spettacolo di miserie o di scandali, è perché questi germi vengono ammortiti da un elemento, che oggi si trascura dalle leggi e dall’opinione pubblica, ma che è quello che costituisce il sintomo benefico, su cui il socialismo si basa per predicare la sua Buona Novella: ed è l’Amore, che oggi resta istupidito in alcune famiglie dalla opulenza, in molte altre strozzato dalla miseria, in altre tiranneggiato dalla indissolubilità matrimoniale. 
È buona famiglia questa? E se lo è, perché allora vediamo noi crescere sempre più la marea a favore del divorzio? Che vuol dir ciò?
Vuol dire che il Libero Amore s’impone a poco a poco, e si fa strada. Il divorzio non è che una prima tappa: il divorzio ci dice che ce ne può essere una seconda; e questa seconda, logica, naturale, benefica è la libera Famiglia dell’Amore, sostituita alla forzata Famiglia giuridica.

**

Combiniamo ora questo movimento, verso l’amore umano, al duplice movimento del collettivismo e del comunalismo, e domandiamoci se non è il caso di poter intravvedere nel futuro, non solo la famiglia, liberata dalle egoistiche e dissolventi cupidigie dell’ereditare e riposante tranquilla su una assicurata agiatezza, ma più in là, una solidarietà sociale così vasta, così bella, così generosa da eclissare la famiglia stessa, assorbendola. 
E ne abbiamo dei sintomi oggi stesso che parliamo. Cos’è infatti questa crescente tendenza a internazionalizzare le attività umane?
Orbene: allarghiamola questa tendenza, rendiamola più giusta, colleghiamola ai movimenti paralleli del collettivismo e del federalismo, e noi faremo scomparire anche quel patriottismo, che, bene scrutato a fondo, altro non cova che rivalità invidiose e astiose di popoli contro popoli. 
L’Umanità, -ecco la patria del cuore.

**

-E quali sono i vostri mezzi?- ci si domanda sovente.
In proposito noi abbiamo vedute larghe, come è largo l’orizzonte della grande questione sociale. 
Noi accettiamo tutti i mezzi, -nel senso ragionevole delle parole. 
E infatti, altra via di condotta non c’è che meglio risponda alla natura varia e complessa della questione. 
L’accettazione d’un solo o di alcuni non sarebbe che un illogico restringimento della sfera d’azione del socialismo, e lo cristallizzerebbe diventando una povera chiesuola. Questo metodo ristretto sarebbe d’altronde la negazione o la mutilazione del metodo sperimentalista, che è il solo metodo confacente allo studio dei fenomeni sociali, alla più vasta delle propagande e alla maggior sodezza delle nostre applicazioni.
A seconda dei momenti e delle circostanze ogni mezzo ha la sua ragione d’essere e la sua bontà relativa, e convien accettarlo.
Con metodo siffatto finalmente noi diamo al socialismo quell’ampia sfera d’azione che è reclamata dalle grandi sue aspirazioni. Lasciandogli libera tutta la naturale sua forza espansiva, non lo esporremo mai al pericolo di intisichirsi: sperimentalista per istinto, egli deve sperimentare se stesso in tutti i modi e per tutti i versi; in tal guisa egli si prova, si delinea, si dispiega, si corregge, si affina, si completa, s’infiltra dappertutto perché è destinato a diventar tutto. Egli approfitta di tutte le attività umane, di tutti i provvedimenti, di tutti gli espedienti che valgono a renderlo più propagandista, più socievole, più pratico, più vivo. Facendo esso udire la sua voce e dovunque sentire la sua energia, rifarà a nuova vita tutto ciò che contiene ottimi germi e smaschererà l’impotenza di tutto ciò che è fiacco e marcio
(p. 20-30)
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