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Lettere di un dissidio in Giustizia e libertà (II)

Tratto da Mezzo secolo n.3, 1978

FRANCA SPIEGAZIONE
Cari amici, come mi è stato più volte autorevolmente fatto notare, io sono un «intellettuale», e non un "politico".
Ora, l'intellettuale rassegnato al suo destino ha due esigenze principali: la chiarezza e la competenza.
L'esigenza della chiarezza si riassume nell'antico principio che una cosa è o non è, è così o non è così. Onde, all'«intellettuale», ogni confusione riesce intollerabile, in quanto gli appare come il segno profetico di tutte le sciagure.
Per competenza, intendo poi che l'«intellettuale» non ha nessun disprezzo di principio per le attività che sono fuori dal suo campo: le attività pratiche. Al contrario, direi che le rispetta per principio. Soltanto, per rispettarle, ha bisogno di convincersi che son condotte bene, con competenza e coerenza specifica. Che, insomma, dove si trattano idee si sappia che cosa sono le idee, e dove si fa azione politica, la si faccia sui fondamenti, nei modi e con la coerenza senza di cui ogni attività è un'attività rivolta ad ottenere risultati «pratici» in particolare, diventa, peggio che un gioco, una cosa poco seria. Nella fattispecie, uno del presupposti dell'azione politica mi pare sia la rispondenza alla situazione nella quale la si svolge.
* * *
Fatto questo preambolo, vengo senz'altro ai punti sui quali son nati in me i dubbi intorno alla «politica» di GL, e quindi il mio dissenso con voi:
l) l'azione - Nessuno vuol diminuire il valore morale dell'impazienza di agire, cioè di affrontare il nemico. Solo, bisogna che l'azione abbia un senso e sia fondata su basi concrete. La sola base concreta di un'azione è la sua rispondenza alle condizioni di fatto; la sola garanzia della sua efficacia è la coscienza spietata delle circostanze e delle possibilità.
Si può persistere nell'affrontare il nemico anche in condizioni che sembrino temerarie. Affrontarlo su un terreno falso, è sciocco prima che nefasto.
Ora c'è un limite a tutte le illusioni. A parte il fatto che il potere mussoliniano era diventato «totalitario» nel 1926, nel 1928, al principio di GL, si poteva ancora credere -dato lo sconcerto generale e il persistere fatale delle illusioni- che la crisi del fascismo sarebbe venuta da un fermento d'azione che si trattava, appunto, di suscitare. Nel 1932, quando già nel regime fascista trionfante apparivano i primi segni di una crisi intema -cioè prodotta dalla sua propria logica, mentre, dall'altra parte, la passività generale del paese toccava il limite- insistere nell'equivoco era assurdo. Il compito di un movimento rivoluzionario dinanzi a un potere «totalitariamente» organizzato non poteva essere che quello di «preparare l'avvenire»; cioè di prepararsi e preparare il maggior numero di persone in vista del momento in cui la crisi decisiva sarebbe scoppiata. Un compito silenzioso, paziente, tenace - quanto mai ostile a ogni specie d'improvvisazione. I veri rivoluzionari, Marx nel '55, Plekhanof nel '90, Lenin nel '07, hanno sempre pensato così.
L'avvenire è in particolare il solo terreno su cui il fascismo -che ha per motto «durare» e per metodo il «giorno per giorno»- sia strategicamente indifeso.
Se si continua non a «lottare» (giacché non si può parlare di lotta là dove l'antagonista è, nel più felice dei casi, costretto nelle catacombe), ma a ripetere che «bisogna lottare», allora si illude e ci si illude. L'emigrazione italiana, nel suo insieme, si trova oggi impreparata di fronte alla prima crisi grave del fascismo proprio perché, inchiodata in un atteggiamento di polemica quotidiana antifascista, non ha saputo realizzare nulla di veramente fattivo. Quindi, adesso, tutto quello che può fare, tranne casi isolati, è tentare di accelerare in qualche maniera, frettolosamente -e quindi in modo inconcludente- il ritmo delle improvvisazioni. Agitarsi.
Ora, agli occhi almeno dell'«ipercritico intellettuale», agitarsi e agire non son sinonimi.
Agire, sul terreno politico, e rivoluzionario, significa operare con metodo e coerenza in vista di uno scopo. Per dei rivoluzionari italiani degni di questo nome, lo scopo non può essere la caduta del fascismo pura e semplice (che non è in nostro potere, e si produrrà -tutto, negli avvenimenti, ce lo dice- secondo la fatalità interna del potere mussoliniano nonché delle cose d'ltalia e d'Europa), ma fare tutto ciò che è in noi perché la fine del fascismo sia l'inizio di una vera trasformazione della società italiana.
Agitarsi, invece, è, più o meno freneticamente, fare qualunque cosa, la prima o l'ultima che capiti, la più facile, la più azzardosa, o la più clamorosa. E il principio «fare qualcosa piuttosto che non far nulla» è il pessimo fra tutti i principi; perché è il principio appunto del puro agitarsi, e significa il contrario di ogni azione reale, che è atto rigorosamente misurato da una necessità e da una logica.
Agire è una cosa assai grave -perché, prima o poi, in politica come nella vita personale, mette di fronte al dramma delle estreme decisioni e conduce, in un senso o nell'altro, a conseguenze e scioglimenti reali: ha, prima o poi, uno sbocco.
Agitarsi non porta a nulla, se non a dare il triste spettacolo di una turgida impotenza.
Per quello che ci riguarda, l'importanza indiscriminata che si dà a un comizio piu o meno disordinato, a un manifesto più o meno squillante, a un volo di palloni o di altro arnese, a un «gesto» o «azione» non meglio specificati, è il segno tipico dell'agitazione sconnessa. Ed è quello cui il miraggio dell'«azione» conduce GL.
Giacché è questione di discernimento e di proporzioni: diffondere un foglietto può essere una cosa utile (e non sempre - perché bisogna ancora che il foglietto valga la pena di essere diffuso; e non basta - perché bisogna avere il coraggio di dire che spesso, anche quando val la pena, è cosa vana). Ma elevare un tale atto addirittura a «tappa» dell'azione significa compromettere tutta la serietà del movimento e dar l'impressione che si cercano delle soddisfazioni personali, e non di agire efficacemente. Una simile mancanza di discernimento non può poi venire se non dal fatto che l'azione di cui si parla non è seria. Perché i caratteri dell'azione seriamente condotta sono appunto il senso delle proporzioni e il discernimento tra il più importante e il meno importante, nonché la critica spietata delle azioni medesime che s'intraprendono. Altrimenti c'è, ripeto, improvvisazione senza controllo e senza responsabilità. Non c'è azione.
Quando si è rivoluzionari, bisogna avere il coraggio di ammettere che persino un atto terroristico o una sommossa possono, in determinate situazioni, essere un buco nell'acqua, e quindi dannosi. Perché proprio in politica, non è la sentimentalità che conta, ma solo l'adeguatezza alla situazione e ai fini che ci si propongono. In altre parole: o si è realisti sul serio, cioè si è capaci di fare i conti con la realtà dura e ostile; oppure si è molto al disotto del cosiddetto «sognatore» o «utopista» o «intellettuale»: si è semi-utopisti e semi-intellettuali. Ciò che è molto peggio.
Riassumendo sull'azione:
io credo che, per un movimento rivoluzionario, l'azione non sia possibile che sulla base di due fattori già maturati: 1) un'organizzazione veramente coerente e capace di continuità nello sforzo - ciò che presuppone (mi dispiace insistere) la coerenza di un pensiero netto accompagnato da un continuo lavorio critico; 2) che ci sia già un'attivita spontanea nell'ambiente sociale sul quale si vuole operare. Aggiungerò che se c'è solo il primo di questi fattori non c'è che un carro innanzi ai buoi.
Qui bisognerebbe esaminare in che misura queste due condizioni si trovino realizzate nei confronti della situazione italiana, e di GL in particolare. Per aver osato accennare la mia convinzione, sono già stato trattato, insieme a Selva, da «disfattista» e da «quietista». Mi contenterò dunque di una ritorsione e dirò che, rifiutandosi di esaminare questo problema nei suoi dati attuali, si rimane nel punto più cronico della deformazione ottica «antifascista», inchiodati a quell'impotenza, a quell'uggioso lamento di vinti, a quello sconclusionato seguito di «proteste» vane e d'impotenti diverbi col nemico che schiaccia e massacra -che hanno fatto dell'antifascismo, nel suo complesso, un fenomeno così penoso.
E passo al secondo punto.
2) Il secondo punto è la nota tesi, che io sostanzialmente condivido:
«i vecchi partiti non hanno capito il fascismo, guardano al passato, non sanno identificare i problemi attuali». GL, «solo movimento creato dopo il fascismo», avrebbe dovuto affrontare con spregiudicatezza sia la situazione che i problemi. Voi sostenete di realizzare questa condizione. Io sostengo che, dopo un impulso iniziale giusto, GL non è riuscita che a segnare il passo (anche se con impazienza), in una posizione che non innova in nulla sulla mentalità antifascista «classica», mentalità che io giudico inconcludente, quindi nefasta. E non solo non innova, ma si rifiuta espressamente di uscirne, sotto pretesto di orrore per gli abissi del «nichilismo intellettuale».
Il compito di riprendere con assoluta spregiudicatezza i problemi italiani ed europei così come li imponeva la realtà presente sarebbe stato invero un compito assai degno. Ma a patto di assolverlo effettivamente. E, per assolverlo, bisognava comprenderne l'entità. Ora, non dico risolvere, ma semplicemente porre, un problema nei suoi giusti termini -sono dolente di batter sempre lo stesso tasto- è affare d'intelligenza in primo luogo, ma soprattutto di coscienziosa aderenza ai fatti. Ogni considerazione estranea, ogni preoccupazione momentanea compromettono irrimediabilmente l'impresa. Nessuna preparazione è mai abbastanza soda, nessuna capacità d'osservazione e di studio è mai abbastanza paziente, nessuna libertà di discussione è mai abbastanza completa quando si voglia davvero affrontare un problema sociale con la decisione di andare a fondo. Invece di questo e (quel che è peggio) credendo di far questo, GL rimane disperatamente attaccata all'attualità, all'esasperata e esasperante bisogna della polemica quotidiana col dittatore, dello sfruttamento minuto e miope degli avvenimenti del giorno. In certo senso, e con l'aggravante che si sta dalla parte degl'incatenati, è un caso speciale di quella politica a la petite semaine che appesta da anni l'Europa. In questo modo, nonché esaminare spregiudicatamente i problemi nel loro aspetto generale, si viene ad essere una specie di partenaire obbligato in un gioco nel quale tutta l'iniziativa appartiene ai padroni del giorno: tutta l'abilità della monotona manovra si riduce a dirne male. Tra parentesi, così si finisce per fare di Mussolini qualcosa di molto più fittizio e irreale che il celebre pupazzo del «capitalista» di Scalarini: non si vede più il nemico; onde i colpi vanno a vuoto, spettacolo che sarebbe grottesco se non fosse lacrimevole - anche per lo sperpero di energie di ogni genere che comporta.
Questa tattica -che è vana e traduce, in effetti, un vero «complesso d'inferiorità» nei confronti dell'avversario - è poi anche assurda. Perché l'avversario, il quale è assolutamente padrone di fare quel che crede, segue un cammino le cui connessioni essenziali rimangono necessariamente nascoste; e, più appare «illogico» il cinematografo delle sue gesta, più è certo che vi sono delle realissime ragioni che lo costringono ad agire come agisce. Il cosiddetto «scoprire il gioco dell'avversario» -e relative profezie- son cose prive di senso. Perché il gioco dell'avversario lo si potrebbe scoprire solo standoci dentro. E noi ne siamo fuori per definizione. Quindi, siccome la nostra linea non può coincidere con la sua, seguendo i suddetti metodi non si fa, in realtà, che salterellare al di lui seguito. Sul terreno degli «avvenimenti del giorno», infatti, il lavoro che si può svolgere con vera utilità non è tanto quello «polemico» quanto:
1) l'informazione precisa e scarna; 2) l'illustrazione chiara del fattori essenziali della situazione.
Questo discorso vorrebbe costituire una riprova che non c'è altra posizione logica -oggi- per un rivoluzionario italiano, che quella di considerare avvenimenti e problemi nel loro complesso e in profondo, e non nella loro apparenza giornalistica. E sul terreno della coscienza chiara della realtà obiettiva che possiamo utilmente affrontare l'avversario, non su quello della «caccia» all'uomo e all'appiglio; sul quale siam battuti in partenza. Ma, appena enunciata, si vede subito che questa è poi sempre stata la sola posizione e la sola linea conveniente a rivoluzionari seri.
Ora, i problemi dello Stato, del neo-capitalismo, dell'Europa e del posto dell'Italia in Europa, della situazione attuale del proletariato, della vitalità o morte definitiva del socialismo, o sono considerati seri, e allora bisogna andare a fondo; oppure si fa dello spirito in famiglia. Quel che è certo è che non si risolvono sul piano della polemica spicciola col fascismo da una parte, e con i «partiti» (per meglio dire: con gli uffici dei partiti) dell'emigrazione dall'altra. Su questo piano, anche Clement Vautel è capace di trattarli. Ora, c'è un solo modo di sapere veramente che la vita dell'esilio non è una consunzione nell'attesa, di aver la coscienza di «fare qualcosa» per il futuro, ed è di affrontare seriamente questi e gli altri problemi. Questo è anche il solo modo per non cadere nella facile presunzione di superiorità e di «superamento» nei confronti di formazioni politiche le quali, comunque sterilite o stanche o «in crisi», hanno in ogni caso una storia molto seria che non si liquida con facili trovate polemiche.
Concludendo: quando GL è sembrata aver deciso di essere un luogo di libera, spregiudicata e seria discussione delle contraddizioni e dei nodi venuti al pettine col fascismo, bisognava che a ciò seguisse un lavoro di critica sistematica e iconoclasta (ricordo un appello «a tutte le eresie»). Un piccolo esempio di critica è il «Capitale» che conta un paio di migliaia di pagine, e ha costato 25 anni di lavoro. Senza voler emulare così grandi esempi, è però certo che né le diatribe settimanali, né gli «spunti» colti a volo e manipolati in frasi, né gli abbozzi e gli accenni subito troncati, sono un contributo efficiente.
A ogni modo, anche a prescindere dall'ipotesi (per voi spaventosa) che GL fosse diventata un «centro di studi» -voler fare la critica salvando le apparenze, le opportunità, nonché i pregiudizi di questo o di quello, è un rompicapo senza soluzione. Allora, meglio rinunziare alla critica e affiancarsi ai movimenti esistenti, se non addirittura a qualche ben stabilita tradizione ufficiale.
Oppure, si può far della demagogia pura e semplice, e quindi servirsi di tutti i motivi che posson servire, senza curarsi della sostanza. Anche questa è un'arte abbastanza seria, quando la si voglia impiegare con deliberato proposito al suo scopo specifico, che è di asservire il maggior numero ai propri fini. Anche qui, non si può andare a casaccio.
Ma la condizione più misera è restare «nel limbo dei bambini» - cioè essere incapaci di far della semplice demagogia, e non aver la forza di andare fino in fondo nella critica, di voler ferocemente la verità e solo la verità. In questa ferocia sta il carattere. E' anche la base prima perché l'esilio abbia una dignità. In particolare poi per chi ambisca rappresentare il futuro del popolo italiano, questa ferocia nella verità è un'esigenza assoluta. Giacché, al polo opposto, nella debolezza, nel sentimentalismo, nella vile condiscendenza alle facili emozioni, nella confusione cronica, sta tutto il marciume nazionale.
Terzo ed ultimo punto, alquanto delicato:
3) l'intellettuale che vi parla è già un po' scosso dal fatto di non saper definite la vera natura di GL: non è un partito, è un movimento che aspira a diventar partito, e un partito che vuol restare movimento. Diciamo, per la più spiccia, che è un'associazione.
La gente si associa in base a qualche preciso criterio, e sapendo almeno in che cosa si accorda, e quale sarà la parte di ciascuno nel consorzio. Ora, fin dal principio, c'è stato in GL un grave equivoco. La base d'unione avrebbe dovuto essere la buona volontà di cooperare alla lotta antifascista da una parte, alla critica dall'altra. Ogni unione implica il rispetto dell'altro, e quindi l'assoluta eguaglianza. Se c'è un capo, o un qualsiasi areopago, importa saperlo fin da principio. E importa anche sapere se si cerca una comunità di voleri nell'assoluta ed intera parità di condizioni - oppure l'obbedienza a dettami superiori. In GL, questo punto non è mai stato chiarito. Non si sa se si ha a che fare con la riunione di uomini che hanno lavorato in Italia per motivi vari, con mentalità non uniforme, ma insomma con vero impegno e passione di rivolta - oppure con un'impresa molto particolare, che non si sa come definire esattamente, ma che purtroppo non sembra avere di stabile e di decisivo che la situazione personale di un certo numero di persone, soggetta (come tutte le situazioni personali e non obbiettivamente definite) a tutte le oscillazioni degli umori, a tutte le alee e a tutti i determinismi dei vari fattori personali. La specialità di GL son diventate certe decisioni dell'ultimo momento (improvvisate), inappellabili e al tempo stesso aleatorie, emananti da un noi che non si riesce a individuare, e le quali, in sostanza, nella loro successione, si riducono a un seguito di impuntature e di scatti d'umore incoerenti estremamente lontani da quella che si chiama una «linea politica».
Un cenacolo può esistere sulla base di una larga libertà di simpatie reciproche; una setta su un credo ben definito; un partito su una disciplina in cui sono egualmente precisati i doveri e i diritti. Ma quando tutto ciò manca, ed è surrogato da un certo arbitrio fluttuante, bisogna ammettere che non c'è più associazione. C'è un'accolta casuale. Su queste basi, si vorrebbero emanare disposizioni e imporre le «ferree esigenze dell'azione». E' assurdo.
C'è una confusione fondamentale, in fondo a tutto ciò. E il peggio si è che non si riesce nemmeno a individuarla in un motivo preciso. Ciò che fa supporre che sia proprio, irrimediabilmente, una confusione.
In questa confusione, GL è caduta naturalmente, in seguito al rifiuto, appunto di chiarirsi in un senso o nell'altro. Lì, essa, ben lungi dal poter parlare ai «giovani», finisce per essere il luogo dove si raccolgono tutti i residui che hanno già avvelenato la piccola borghesia nostrana: un sentimentalismo fatto di facili formule sovversive e di vecchie memorie del Risorgimento, di socialismo corretto dal culto di Cavour e di liberalismo giacobinizzato in omaggio al «successo» bolscevico, di Mazzini e di Marx, di Garibaldi, di Stecchetti, e magari di Malatesta - il tutto misto di commozioni perfettamente inutili.
E' uno spirito orribilmente simile a quello da cui è nato il programma del Fasci del '19.
Tra esso e la realtà veramente severa, anzi atroce, del giorno d'oggi, che si potrebbe esprimere solo con secca brutalità e fermezza, non vedo nessun nesso. Così non vedo nessun reale punto di contatto con il reale popolo italiano e quello che oggi esso può sentire e cercare confusamente. Meno che mai, vedo effettivi punti di contatto con la gioventù italiana d'oggi, la quale sarà spersa, confusa, sviata quanto si vuole, ma, formata sotto il peso di una realtà senza fiori né illusioni, e preda di insoddisfazioni molto gravi e profonde che non si risolvono con nessuna «mozione degli affetti»; ad essa una sola cosa può ispirare fiducia: sentire che si comunica nella coscienza di quella realtà.
Ho detto.
Luciano

XII23
Parigi, 24 dicembre 1935
Caro Luciano, siamo sorpresi della tua richiesta. Tu ci domandasti che la direzione di GL si riunisse perche volevi esporci una serie di critiche. Ci riunimmo e ascoltammo il tuo documento. Per parere concorde e per la serietà stessa della discussione fu deciso, tu consenziente, di riunirci ancora dopo qualche giorno. Ora ci domandi di rinunciare alla discussione e di pubblicare senz'altro sul giornale la tua memoria.
La tua pretesa non è giusta. Riteniamo necessario che tu conosca almeno la nostra risposta. Non abbiamo nessuna difficoltà a dartela, nonostante il tono della tua lettera, e a dartela per iscritto.
Siamo certi che, in omaggio se non altro a quella verità e a quella chiarezza che tu reputi indispensabili, vorrai attendere la nostra risposta e tenerne conto come usa fra persone che non si ritengono infallibili e che hanno collaborato fra loro per qualche anno.
Cordiali saluti.
per la Direzione di GL

XIII24
Parigi, 26 dicembre 1935
Alia Direzione di Giustizia e Libertà.
Cari amici, vi assicuro che è molto penoso, «fra persone che hanno collaborato fra loro», ricevere l'impressione, che ricevo dalla vostra lettera del 24, che si ricorra a dei ripieghi che non sono proprio di «alta politica». La mia lettera, e annesso memoriale, l'ho portata in redazione la sera di sabato 21. Voi mi rispondete, per esprimermi la vostra «sorpresa», in data martedì 24, ore 24 (data del timbro postale). Così, in ogni caso, avrete rinviato di una settimana la pubblicazione della mia «spiegazione». Quello che io non vedo, è l'utilità oggettiva di una simile procedura che a me non può fare buona impressione, che non rafforza in nulla le vostre ragioni e che non cambia minimamente i termini della questione.
Così, non vedo che cosa ci si guadagni a volermi far passare per uno che non si tiene alla parola data. In verità, non ricordo affatto che si sia convenuto, la sera di mercoledì 18, di «riunirci ancora dopo qualche giorno», per discutere. A quel che ricordo, tutto ciò che si convenne (Magrini, che fece la proposta, deve ricordarlo) fu che avrei presentato copia della mia memoria, e che voi avreste risposto per iscritto. Come ho spiegato nella lettera d'accompagno, se ho chiesto la pubblicazione del «memoriale» non è per capriccio, ma perché, data la natura del mio scritto, che riguarda la «linea» del movimento e non delle questioni personali, ho pensato che solo la discussione pubblica delle mie critiche avrebbe potuto avere non solo qualche utilità, ma un senso qualsiasi. Precisamente perché non mi ritengo in alcun modo «infallibile», desidero il confronto di una pubblica discussione. Mi pare che questo sia, anche per voi, il miglior modo di chiarire il vostro punto di vista. L'errore principale che voi commettete nei miei riguardi e, come dimostra l'accenno al «tono» della mia lettera, quello di attribuire il mio atteggiamento a uno scatto di «cattivo umore». Ora, io ho la coscienza di aver riflettuto seriamente, e avendo unicamente di mira le «ragioni», prima di parlare come ho parlato. Ed ho la coscienza anche di aver parlato con piena franchezza, ma senza nessuna violenza.
Perciò, ritengo di dover insistere nella mia richiesta. Spero che voi, da parte vostra, vogliate rendervi tranquillamente conto della fondatezza dei miei motivi. Nel caso che non crediate di addivenirvi, e che non pubblichiate la mia «spiegazione» nel prossimo numero del giornale, mi riterrei - questa volta irrevocabilmente - libero di disporre del mio scritto.
Saluti cordiali.
Luciano

XIV25
Parigi, 28 dicembre 1935
Caro Luciano, non siamo usi a ricorrere a dei ripieghi. E riconfermiamo quanto ti scrivemmo relativamente all'accordo di riconvocarci per proseguire la discussione. Anziché supporre malafede negli altri supponi equivoco da parte tua. E' più semplice.
Lamenti il ritardo nel rispondere alla tua lettera con annesso pro-memoria. Hai torto. Da sabato sera 21, data in cui portasti alla redazione la lettera, a martedi sera 24, data in cui la nostra risposta venne imbucata, corrono giorni tre dei quali uno festivo. Non sono troppi per convocare per lettera sette persone a cui la tua lettera si indirizzava. Anzi, sono il minimo.
Contiamo di farti pervenire la nostra risposta scritta domenica o lunedi al più tardi. Essendo tutti molto occupati, e qualcuno anzi eccezionalmente occupato per ragioni del suo ufficio, e desiderando risponderti sul fondo dopo discussione approfondita, ci è impossibile rispondere prima.
Se, dopo queste spiegazioni, insisterai nel ritenere che si tratti da parte nostra ancora di un «ripiego» di non alta politica vorrà dire che farai passare le tue impressioni soggettive dinanzi alla realtà obbiettiva dei fatti. Dal nostro canto siamo però ben decisi a tenerci all'essenziale e a non lasciarci distrarre da nessuna polemica marginale.
Cordiali saluti.
per la Direzione di GL

XV26
Parigi, 29 dicembre 1935
Alla Direzione di Giustizia e Libertà
Cari amici, l'assicurazione che non siete usi a ricorrere a ripieghi mi fa molto piacere. Perciò vi prego di volermi infine far sapere se, sì o no, siete disposti a pubblicare nel numero di GL che uscirà venerdì prossimo 3 gennaio la mia «spiegazione». Alla quale è naturale che faccia seguito la risposta meditata durante quindici giorni da sette concordi contradditori.
Mi si vorrà concedere che è il minimo della correttezza in uso presso tutti i partiti o «movimenti» (tranne quelli «totalitari») che il dissenso di un socio considerato «uguale» abbia diritto ad essere esposto nell'organo stesso a cui egli collaborava, partecipando in tal modo alla comune responsabilità.
Esser messo nella necessità di pubblicarlo altrove mi sarebbe spiacevole. Per varie ragioni. Ma soprattutto perché rivelerebbe al pubblico l'assenza di questa elementare lealtà nel gruppo del quale da tre anni faccio parte.
Cordiali saluti.
Luciano

XVI27
Parigi, 31 dicembre 1935
Caro Luciano, la Direzione di GL, dopo aver discusso la tua memoria, ha incaricato Magrini di stendere la risposta, che con qualche modifica di dettaglio, ti rimettiamo. Come vedi, a un documento politico obbiettivo ed impersonale abbiamo preferito un documento più personale e diretto che meglio si addiceva ad una discussione sui punti da te sollevati.
Non insistere nell'esigere la pubblicazione del tuo documento almeno nella sua forma attuale, sul giornale. Per il suo tono aspro, per gli accenni personali che contiene, per le allusioni a discussioni o urti che non vennero mai portati in pubblico e non sono degni di esserlo, per il riavvicinamento intollerabile e offensivo che si fa tra il primo fascismo e GL, questa GL a cui sino ad oggi hai appartenuto e per l'appartenenza alla quale compagni carissimi sono tuttora e da anni in carcere, il documento assumerebbe in pubblico non il carattere di una critica chiarificatrice, ma di un attacco violento ed inimichevole da parte di chi si considera già fuori del movimento.
Noi siamo pronti, come vedrai piu avanti, ad assicurare ai membri del movimento il più ampio diritto di critica pubblica, ma ad una condizione: che essi scrivano ed agiscano come compagni, che, quali siano i dissensi, conservano attaccamento all'opera comune a cui continuano a collaborare e mantengono nella critica quella serenità di forma e cordialità senza di che la discussione si trasforma in polemica acida e dissolvente. Ora questa condizione non è affatto osservata nel tuo documento; e noi ci rifiutiamo di dargli pubblicità sul nostro giornale.
Ma se, Luciano, ti preme davvero, come tu dici, una discussione di idee, se la tua intenzione è veramente di arrecare un contributo costruttivo all'antifascismo in genere ed a GL in particolare, se, soprattutto, desideri ancora collaborare con noi, non formalizzarti su questa questione della pubblicità da darsi al documento nella sua redazione attuale, ma accetta invece la proposta che ti facciamo.
Il documento e la risposta restino un atto interno del movimento (vengano magari comunicati ai partecipanti all'ultimo convegno). Le tesi che sostieni nel documento, con le modificazioni che la nostra risposta potesse eventualmente suggerirti, siano da te riprese e sviluppate in una serie di articoli sul giornale, in cui la intransigente affermazione di quella che a te sembra la verità, si accompagni con quella serenità e cordialità sostanziali che costituiscono il segno del vincolo comune e senza delle quali cessa ogni possibilità di collaborazione.
Affinché gli articoli non vadano dispersi e la discussione si svolga con cordialità, siamo disposti, dal numero della prossima settimana, a riaprire la rubrica: «Discussione sul nostro movimento». Avvertiamo sin d'ora che di norma però questa rubrica non potrà sul giornale superare le due o tre colonne. Se invece tu volessi sviluppare queste critiche in uno scritto piu organico da apparire sul quaderno o in opuscolo, la Direzione ti assicura sin d'ora la pubblicazione.
La nostra risposta, come vedi, è chiara. Tocca ora a te rispondere francamente. Ti consideri sempre nel movimento o fuori del movimento? Compagno o avversario? La critica del compagno l'accettiamo, la sollecitiamo e, compatibilmente con le molteplici esigenze di un settimanale come il nostro, le diamo tutto il posto che merita. La critica dell'avversario non la respingiamo a priori: ma ci riserviamo di utilizzarla nei limiti e nelle forme che più ci convengono.
Vogliamo credere che la tua risposta sarà quella del compagno.
per la Direzione di GL
PS. Nella tua del 29 ironizzi su una pretesa meditazione durata quindici giorni - della nostra risposta. Se noi non avessimo altro lavoro e altre preoccupazioni, l'aver dedicato quindici giorni all'esame della tua «spiegazione» dovrebbe, anziché irritarti, lusingarti. Ma la verità è che la tua spiegazione ci è stata inviata nove giorni fa, che siamo sovraccarichi di lavoro e che Magrini è particolarmente occupato in questi giorni. Del resto, dopo tre anni di colleganza, nove o anche quindici giorni per spiegarsi non sembrano troppi.

XVII28
Parigi, 30 dicembre 1935
Caro Luciano, non l'intellettuale soltanto, ma tutti, hanno diritto di richiederci, nel limite delle nostre capacità, chiarezza di pensiero e azione ben condotta; e quindi, di dire il loro scontento e di formulare le loro critiche. Le tue ci toccano poi tanto più, in quanto sei stato, e fino a questo momento ti consideriamo nostro compagno, responsabile con noi di molta parte dell'orientamento assunto da Giustizia e Libertà. A te, con altri molti, si deve che essa sia divenuta movimento autonomo, staccandosi decisamente dalle ben stabilite tradizioni, e noi continueremo sempre ad apprezzare quella parte del tuo pensiero che è divenuta, nel corso del tempo, un pensiero comune.
Veniamo dunque alla sostanza delle tue critiche. Per quel che riguarda l'azione, ci pare che tu ci rimproveri di non essere in nulla mutati dal primo giorno, in cui, con un energico richiamo all'azione, Giustizia e Libertà nacque dallo sforzo di qualche individualità.
Quello che per te potrebbe essere materia di rimprovero, ancora oggi noi consideriamo uno dei valori essenziali del nostro movimento. Tre uomini che in Italia hanno impersonato i valori d'azione della prima fase di GL, Bauer, Rossi, Fancello, non obbedivano ad un puro richiamo d'azione, ma a tipici motivi intellettuali, anche se diversi dai tuoi. E' elementare che l'azione, per non risolversi in agitazione, debba avere un senso, debba rispondere alle condizioni di fatto, ecc. Ma è altrettanto evidente che riesce difficile giudicare dal di fuori, senza partecipare all'azione, per quanta parte la deficienza sia dovuta alla mancata impostazione, e per quanta parte alle difficoltà dell'esecuzione. In particolare, l'organicità di un piano non può essere valutata guardando solo a quella frazione dell'azione che riesce, a meno di fare una pura critica di successo.
Ci sarebbe ora, secondo te, una perniciosa persistenza di quel primitivo richiamo all'azione. Diciamolo con le tue parole: «A parte il fatto che il potere mussoliniano era diventato totalitario nel 1926, nel 192828, al principio di GL si poteva ancora credere -dato lo sconcerto generale ed il persistere fatale delle illusioni- che la crisi del fascismo sarebbe venuta da un fermento d'azione che si trattava appunto di suscitare. Nel 1932, quando già nel regime fasclsta trionfante apparivano i primi segni di una crisi interna - cioè prodotto della sua propria logica, mentre, dall'altra parte, la passività generale del paese toccava il limite - insistere nell'equivoco era assurdo». Ora, nell'agosto 1933, un giovane scriveva dall'Italia (e quel giovane eri proprio tu): «L'adesione plebiscitaria nasconde, tranne in minime minoranze, un'indifferenza totale, assoluta, glaciale, e totalmente irresponsabile. Ed è un'altra ragione per cui la lotta deve essere il fatto di elites. Lo scoppio di un moto energico e deciso in una città come Milano, getterebbe il panico in tutta Italia e la metterebbe in ebollizione ... Gli uomini sono senz'armi vere, morali e intellettuali, per reagire. Bisogna dar loro queste armi, risuscitare l'entusiamo morale, dare alle masse quel senso incrollabile della necessità dell'avvento della giustizia, che purtroppo il marxismo aveva concentrato e portato alla disfatta, sulla distribuzione della ricchezza. Fare dell'antifascismo una questione analoga a quella che Mazzini riuscì a fare dell'unità italiana, una questione interessante tutti i valori dell'uomo, tutti i modi della vita, la cultura, l'economia, la politica, l'arte, sollevare contro il fascismo il senso della modernità così vivo (e così spesso traviato ad ammirare il più recente) nelle generazioni giovani di tutti i paesi, rivoltare contro la tirannia tutti i valori delle rispettive tradizioni nazionali, questo è il compito base di un movimento che non voglia isterilirsi in una opposizione pura e semplice...».
Se dunque errammo, continuando a mettere come condizione primitiva e essenziale anche per la maturazione di un pensiero questo fatto di rivolta elementare, questa volontà inflessibile di lotta, questo richiamo all'azione, lo facemmo perché sentivamo che esso non era solo il riflesso di una nostra chimera di esiliati, ma trovava rispondenza in tutto ciò che di vivo c'era nel nostro paese. Si sentiva bensì il bisogno di una certezza piu grande, di un appello piu profondo, di dare a quest'azione il suo pieno significato di rinnovamento; e noi cercammo, cercammo naturalmente secondo quelle che erano le nostre forze ed i nostri temperamenti, di dare pieno valore, piena espressione a quel consenso che intorno a questo appello di rivolta s'era formato, elaborando certe caratteristiche del nostro movimento, certe esigenze che sentivamo comuni, e esprimendole. Sappiamo anche noi che l'azione nuda può avere significati diversissimi secondo il modo di compierla e la persona di chi la compie. Ci preparammo cioè alla lotta a lunga scadenza.
Ma a questo punto è bene fare un'osservazione. Si può desiderare di avere un lungo tempo per elaborare certe idee, certe armi, certi piani; ma se l'occasione si presenta di battersi, è assurdo continuare a preparare le armi. Noi potremmo attendere che esistano i tre fattori già maturati, che ora esigi per l'azione («un'organizzazione veramente coerente e capace di continuità nello sforzo» - «coerenza d'un pensiero netto accompagnato da un continuo lavorio critico» - «un'attivita spontanea nell'ambiente sociale in cui si deve operare»); potremmo attendere, e ancora a ogni momento si troverebbe qualcuno che con buone ragioni affermerebbe il pensiero non essere netto, l'organizzazione non coerente, l'ambiente non attivo; ma se un'occasione si offre in cui l'ambiente si presenta meno sordo che per l'innanzi, in cui un uomo impaziente di agire può perdersi senza utilità, allora, a qualunque costo, bisogna passare su ogni circostanza sfavorevole, e cercare la battaglia nelle migliori condizioni possibili.
E' grazie a questo metodo che alcune centinaia di persone, e tu con esse, hanno abbandonato delle posizioni di attesa per porre subito il problema della rivoluzione nella sua pienezza e concretezza. Alcune centinaia di persone hanno scambiato la comoda vita del conformista con quella del «sotterraneo». Credi tu che se essi non avessero attribuito a quell'azione immediata un valore di rivolta che oltrepassava tutti gli altri valori, se non avessero esasperato il valore di ciò che compievano, il loro antifascismo sarebbe ora altrettanto saldo che nel passato? Quando tu ci accusi di esagerare l'importanza di certi atti singoli, li tratti proprio e soltanto nel loro significato materiale, nel loro successo immediato. E' questo l'errore proprio non soltanto dell'intellettuale, quanto dell'intellettuale che sogna di essere un fantastico Vladimiro Ulianoff; concepire l'azione pratica rivoluzionaria secondo un modello di perfezione personale, come se coloro che vi partecipano non fossero uomini diversi, con propri temperamenti e ideali, ma semplici esecutori di un pensiero, tecnici del colpo di stato o, per attendere, dell'organizzazione coerente.
Compiendo, e anche propagando certi atti, che cosa abbiamo noi inteso di fare? Esaltare oltre misura dei successi fittizi? Ma finché il fascismo è in piedi sappiamo benissimo anche noi quel che vale un atto riuscito in sé. Vale come indicazione di un metodo. Ora questo metodo non è (e non ci pare possa essere) criticato da te alle radici. Esso si differenzia dagli altri in corso per due aspetti: una attitudine offensiva, fiduciosa in quelle che sono le iniziative di singoli e di gruppi e l'impiego, compatibilmente con le nostre possibilità finanziarie, di mezzi tecnici che possano, almeno in un punto, passare attraverso la pesante armatura di difesa dello stato fascista. Si tratta soprattutto di dar l'esempio e la dimostrazione delle possibilità di chi vuol ribellarsi; senza di che, come si è visto, la gente starà ad aspettare che l'organizzazione sia coerente (poiché questa è la psicologia della gente ordinaria) che dimostri di essere la più forte.
Se c'è un momento in cui importa dare questa dimostrazione, è proprio questo; quando con la guerra, le condizioni di funzionamento della macchina fascista si fanno più difficili. Un anno fa l'azione si presentava per noi sotto un aspetto diverso da quello che ha preso ora. Non si tratta di seguire o prevedere il giuoco del proprio avversario; si tratta di non trascurare dei fatti sociali, degli sconvolgimenti profondi come quelli che sono in corso. Sui singoli momenti di questa azione si possono naturalmente fare delle critiche; e non consideriamo ogni numero del nostro giornale come cosa perfetta, né questo è l'oggetto essenziale della presente controversia. Ma quel che devi notare è che mentre, per esempio, si sarebbe potuto pensare che secondo lo schema dell'agitarsi ad ogni costo noi fossimo portati ad accettare e stabilire un accordo qualunque cogli altri partiti, noi non abbiamo voluto equivoci, e, guerra o non guerra, abbiamo mantenuto salde le basi del nostro programma ma, escludendo sia il compromesso, sia l'accordo inefficace e insufficientemente a fondo e non dotato di mezzi sufficienti.
La guerra è per noi l'inizio di una crisi decisiva di una società che pareva relativamente stabilizzata. Nessuna ambizione di fare da mosche cocchiere, ma una estrema risoluzione di essere e di contare in questa crisi. Noi saremmo pronti a sciogliere il nostro movimento se ciò potesse facilitare, attraverso il nascere di nuove formazioni politiche un'azione piu grande della nostra volontà su quella del nostro popolo. Consentirsi ad ammettere che, nella fatalità interna della crisi, qualche volontà decisa può non far male. Aspettare che si produca una caduta «secondo la fatalità interna del potere mussoliniano, nonché delle cose d'ltalia e d'Europa», e intanto continuare a sentenziare di politica, a tracciare le strade della rivoluzione, è un bel nonsense.
A chi pensa che il presente non dipende da lui conviene solo la meditazione in solitudine e in parva compagnia.
Sul secondo punto, che è quello più sentito da te, aspettavamo francamente qualcosa di più. Non si dice a della gente: voi non siete dei pensatori profondi: si dice: su questo, questo e quest'altro punto voi vi sbagliate. Se l'errore è essenziale, niente da fare, altrimenti vediamo di intenderlo assieme. Chi potrebbe contestare delle sentenze come la seguente? «Nessuna preparazione è mai abbastanza soda, nessuna capacità d'osservazione e di studio è mai abbastanza paziente, nessuna libertà di discussione è mai abbastanza completa, quando si voglia davvero porre un problema sociale con la decisione di andare a fondo». Invece questo ti serve a concludere che GL è rimasta attaccata alla miope politica del giorno per giorno, all'attualità. Ora, a parte uno sforzo intellettuale al quale anche tu hai partecipato e che ha una espressione nei quaderni, con un facile ripicco si potrebbe risponderti che i paesi ove non fiorisce l'attualita sono proprio quelli ove fiorisce l'accademia, con il non bello corteggio di dispetti personali, di considerazioni meschine, introdotte nel mezzo delle più dotte memorie.
Ma lasciando questo argomento, credi proprio che l'attualità sia in un settimanale, priva di una propria funzione? Credi che proprio quel Capitate che citi come piccolo esempio di critica, sia nato per partenogenesi, senza che il cervello del suo creatore si fosse a lungo nutrito di attualità? Concediamo in via di ipotesi che il fine di questo possa essere unicamente «l'informazione precisa e scarna, l'illustrazione chiara dei fattori essenziali della situazione», ma a parte che l'informazione è in funzione anche dell'organizzazione? Ma vorremmo che quello «scarno, chiaro, essenziali» non fossero messi lì solo per esprimere il disdegno che un certo tono letterario suscita in te. Si può certo lavorare a migliorare il tono letterario e la sensibilità propria e degli altri; ma in queste cose ci vuole allora molta pazienza, e non facile disprezzo.
Quanto all'essenziale ti ricorderemo che non solo abbiamo varie volte offerto ai nostri lettori analisi molto dettagliate di dati fatti (e anche in questo c'è luogo a mea culpa, perche non si è sempre evitata l'accademia); ma anche nell'informazione dall'Italia, abbiamo spesso cercato di andare al tipico, e pubblicato lettere e documenti in proposito abba-stanza significativi. Del resto per esempio, molti fra noi non credevano alle possibilità della guerra, ed è stato lo studio imparziale delle informazioni dall'Italia che ci ha permesso di dare notizia ripetuta molto per tempo dei primi preparativi in proposito e di farci un'idea reale della situazione italiana.
Ma, in fatto di metodo, di pensiero e di critica, ti diremo una cosa, piuttosto dura, ma che dovrebbe farti riflettere. Il tono tuo non è tanto di colui che sente offesa una verità, quanto di colui del quale si è urtato il gusto. Il «Capitale» conterrà un paio di migliaia di pagine, ma le verità del marxismo non hanno bisogno di quelle migliaia di pagine? Esse tengono in poche frasi, in ogni modo nelle brevi pagine del Manifesto dei Comunisti. Tener a poter esporre a lungo, a poter sviluppare le proprie verità, è naturale per chiunque; ma Marx non avrebbe certo sdegnato, come fai tu, gli «spunti»; che più ci si accosta all'azione più la brevità diventa necessario complemento della verità.
A più riprese del resto il movimento ti ha offerto di elaborare il tuo pensiero in una forma più completa, o per mezzo di un libro, o di altra pubblicazione.
Una cosa che ci pare pura banalità, per non dire offesa ridicola, è il tuo parallelo del nostro stato d'animo con quel dei fasci del '19. E rifiutiamo anche di prenderla in considerazione.
Liquidiamo il punto costituzionale, di questa GL che non si capisce cosa sia. E un'organizzazione, diretta da un comitato centrale di cui fanno parte coloro che lavorano nell'organizzazione centrale e in cui è sovrano il convegno, composto di tutti i membri del movimento.
Proprio tu, così sdegnoso di ogni formalità, così attento all'essenziale, dovevi sollevare dei dubbi cosi amletici sulla nostra deflnizione. Non dimenticare che all'origine di questa nostra discussione sul carattere del nostro movimento sta la tesi tua e di Selva -da te ricordato nella tua lettera- sulla opportunità di sciogliere l'organizzazione, sopprimere il giornale, e trasformarsi in un centro di studi attorno ad una rivista.
Non prendere questo per una memoria avvocatesca, per un'arringa difensionale; di difese di questo genere non abbiamo nessun bisogno; conosciamo le nostre manchevolezze e, per cominciare, qualunque sia la causa del tuo stato d'animo, crisi passeggera o essenziale, è evidente che la nostra certezza non ti basta. Speriamo che col tempo ne conquisteremo assieme una migliore. Siamo disposti a venire incontro, senza mozioni degli affetti, se così vuoi, ma senza affettazioni di impossibilità, a tutte le necessita reali, come lo si deve; a tutte le crisi personali, coll'attenzione che esse meritano in rapporto al valore che esse hanno di indicazione; a tenerci stretti a quel bisogno di azione e di rivolta, inseparabile da ogni bisogno di chiarezza di quella nuova generazione italiana a cui nella nostra maggioranza apparteniamo e a cui tutto concederemo, meno l'adulazione; meno tacerle che senza un atto positivo, un passo decisivo nei confronti del meschino e pretenzioso mondo in cui essa vive, nessun avvenire le è aperto, nessuna grande speranza le è concessa.
A te ci rivolgiamo con le parole che tu indirizzavi ad uno di noi lasciando la Francia: «e tutto può essere falso, vecchio, superato meno l'impulso che ha spinto te alla generosità combattiva, meno quella forza che qualcuno ha. Su quella bisogna contare; quella sviluppare e far vivere».

NOTE (a cura di Paolo Bagnoli)

23 Lettera dattiloscritta su carta intestata
24 Lettera dattiloscritta.
25 Lettera datdloscritta su carta intestata «Giustizia e Libertà».
26 Lettera dattiloscritta.
27 Lettera dattiloscritta. L'originale conservato nell'archivio GL risulta corretto a mano da Rosselli. Si tratta di poche correzioni stilistiche. Nel testo originale, dopo il primo capoverso, troviamo il seguente periodo che Rosselli ritenne però di cancellare con alcuni tratti di penna: «Per quanto l'asprezza con la quale ci hai scritto in questi giorni e di cui è sintomatico tu non ti renda conto, induca a far ritenere che in te sia una fredda decisione di rottura, pure noi, ricordando l'amico, il compagno, la gravità dei compiti comuni che ci sovrastano, desideriamo fare prova di molta serenità. L'augurio nostro vivissimo è che nella nostra risposta tu possa trovare un incentivo a non staccarti dal movimento ed a riprendere con accresciuta fiducia o minore sfiducia una collaborazione che per il passato non fu tutta negativa e che per l'avvenire, se accompagnata da un reciproco sforzo di buona volontà e da una migliore divisione dei compiti, potrebbe dare frutti maggiori. Accanto al dovere di parlarsi con schiettezza brutale c'è anche il dovere di collaborare con fraternità sacrificando qualche cosa della propria posizione alla posizione comune e accompagnando la critica con un rapporto positivo nei modi a ciascuno consentiti».
28 Si tratta della risposta di Magrini di cui alla lettera precedente.
29 Più esattamente fine 1929 [n. di Magrini].
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