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Paolo Milano

Nicola Chiaromonte

30 gennaio 1972 - necrologio

Verrà un giorno, neanche troppo lontano, in cui la figura di Nicola Chiaromonte avrà uno spicco luminoso fra quelle dei migliori e massimi italiani del nostro tempo. Detta cosi, e a pochi giorni dalla sua morte, la predizione parrà a molti, più che generosa, avventata, o peggio che avventata, gratuita. Al giudìzio, si penserà, ha fatto velo la subitaneità della perdita o una lunga consuetudine di affetto.
Altri amici o conoscenti di Nicola Chiaromonte, anche stretti e di lunga data, reagiranno forse come quello di loro che, a questo proposito, mi diceva: «Per "figura", immagino, tu intendi tanto l'uomo che il suo pensiero, il carattere più l'opera. Ora, Chiaromonte è uno di quelli la cui opera scritta è molto esigua, (due libretti in tutta un'esistenza), perché l'opera vera è stata il loro modo di vita. Chiaromonte si è espresso, in modo socratico, nei suoi rapporti con gli altri. Una maniera di operare molto rara ed ottima, ma il cui ricordo sopravvive di poco a quelli che hanno conosciuto l'uomo saggio e ne hanno tratto insegnamento».
Contro questo ci è intanto da ricordare che nove decimi di quel che Chiaromonte ha scritto, sparso in giornali o riviste o rimasto carta privata, è inedito in volume od anche in assoluto. Scritti politici, saggi d'arte e di filosofia, cronache ragionate, lettere d'ogni giorno ad amici di almeno tre paesi, in lingue che Chiaromonte maneggiava con eguale rigore, un carteggio, quasi tutto, di impegno profondo.
C'è poi da aggiungere che Chiaromonte ha pubblicato così pochi libri perché disprezzava lo scrivere che si rassegni ad essere separato dal vivere, precisamente da un fraterno rapporto fra esseri reali. Quando si raccoglieranno, in molti volumi, i suoi scritti, si scoprirà quanto sia intimo il loro intreccio con l'umano itinerario del loro autore: ma non già con la sua cronaca privata, bensì con la biografia, se così si può dire, intimamente pubblica, di uno che ha vissuto il suo tempo, e su esso ha meditato, sempre insieme ad altri e per gli altri. Intanto, aspettando questo, si può tracciare qualche segno delle predilezioni di Chiaromonte e di alcune sue idee.
Il vincolo umano che gli pareva essenziale era l'amicizia, intesa come un'affettuosa solidarietà basata sul vero. La stimava indispensabile non solo nella vita dei singoli ma in quella civile, dove essa è di preciso « il sentimento di quella realtà alla quale Aristotele dava il nome di "philia", e la metteva a base del legame sociale, che Leopardi chiamava "l'umana compagnia " e che Andrea Caffi amava indicare col termine "società" ». E' giusto che appaia qui il nome di Andrea Caffi (1887-1955), l'uomo dì cui Chiaromonte ha scritto: « Alla sua amicizia devo quel che di meglio posso aver acquistato nel corso della mia vita ». Giusto, perché Chiaromonte pensava che il sapere, come il senso della libertà, si ricevano al loro meglio per via diretta da certi uomini e per via diretta si trasmettano ad altri.
Andrea Caffi e Gaetano Salvemini erano stati i due "amici maggiori", l'uno in Francia, l'altro in America, al sodalizio coi quali Chiaromonte si era a lungo ispirato nel pensare e nell'agire. E per converso, l'amicizia con giovani, ed anche giovanissimi, coltivata con assiduità generosa, era uno dei cardini dei suoi giorni. L'omaggio più coraggioso e inatteso, in morte di Chiaromonte, è venuto da un suo avversario politico, che però lo aveva frequentato, un giovane rivoluzionario italiano dei più intransigenti. Perfino il viaggio terreno di Chiaromonte si è chiuso nel segno dell'amicizia. A Roma, (in tanta crisi, o ritardo di sviluppo, anche dei cimiteri), si stentava a trovare un luogo dove tumularlo: lo si è ospitato nella tomba dove da tempo riposa un amico che gli era caro, Felice Balbo.
Per molti anni, Chiaromonte ha dedicato le sue massime cure alla rivista 'Tempo presente", della quale sì può dire che in Italia non si rammentavano precedenti, né ancora purtroppo le si conoscono eredi. Che la cultura e la critica vi fossero sentite come fatti universali senza confini di provincia, è una qualità di "Tempo presente" che molti in questi giorni hanno ricordato; 'ma un'altra sua caratteristica era più rara e forse più importante. Quasi sempre, nelle nostre riviste, la collaborazione è un atto individuale e, come dire?, atomizzato: ogni collaboratore canta la sua romanza, cioè spedisce il suo articolo, e deli'insieme non si cura che il direttore, anche lui individuo pressappoco solitario. Unica eccezione le riviste di partito o quelle di stretta ideologia: eccezione vana, perché ad esse l'unità è imposta dal di fuori. Di "Tempo presente" Chiaromonte aveva tentato di fare un "concerto di idee", cioè un'impresa spontaneamente comune, come gli era riuscito anni prima a New York, quando, con Dwight Macdonald ed altri amici, redigeva la rivista "Politics". Dietro questa aspirazione, c'era il suo convincimento fermissimo che la verità si cerca e si trova con gli altri.
In questo stesso orizzonte rientrava l'interesse di Chiaromonte per il teatro, i suoi molti anni di presenza come critico drammatico. Da qualche suo lettore, non dei più attenti, si sentiva dire che a Chiaromonte, più che il teatro in sé, piaceva filosofare intorno a un dramma o uno spettacolo; altri lo trovavano troppo severo o troppo indulgente. La verità, se non erro, è che Chiaromonte amava nel teatro lo specchio dell'incontro fra gli uomini, (la società che guarda a se stessa), e poi l'incontro di ogni uomo col suo destino.
Unico o quasi fra gli intellettuali italiani dei nostri anni, Chiaromonte non era un devoto né di Marx, né di Freud. La sua distanza critica da queste ed altre dottrine obbediva al precetto da lui scelto a programma della sua rivista: « Promuovere il riesame dei modi di pensare correnti, mettendoli a confronto con la realtà del mondo attuale ». Per questo esame di coscienza, o meglio o poi, per una presa di coscienza nuova, Chiaromonte pensava che fosse salutare riaccostarsi al pensiero greco-. Egli lo faceva da tempo, e aveva già fissato qualche frutto delle sue letture.
Chiaromonte si vedeva attorno, nella realtà di oggi, un mondo di violenza e senza ragione. Giacché, « sull'individuo convinto che scopo unico della vita è realizzare se stesso a qualunque costo, manifestare in qualunque modo il suo essere qui, in questo mondo, e che non c'è altro, la ragione non ha nessuna presa». Questa gli pareva la convinzione essenziale dell'uomo d'oggi, « il solo assoluto » che la società moderna sia stata capace di esprimere: «Il diritto dì ognuno alla soddisfazione totale, il possesso da parte di ognuno della ragione per diritto naturale, l'espressione di sé come scopo ultimo della vita».
«La demenza, la violenza e l'avvilimento in mezzo a cui viviamo, hanno la loro origine morale in questo principio che non è di sinistra né di destra, né di avanguardia né di retroguardia, e al quale nessuna società, nessuna forma di cultura o di vita spirituale, possono alla lunga resistere. Tuttavia, assurdo com'è, oggi come oggi esso impera. ...Ma non ha verità. E non avendo verità, merita soltanto ironia da una parte, pietà dall'altra».
Mi pare che la morte di Chiaromonte abbia suscitato un gran cordoglio, molto naturale e molto diverso. Delle sue espressioni di cui ho saputo, una mi ha specialmente colpito per la sua consonanza e verità.
Si tratta di una terzina del Purgatorio (c. XXII, v. 67-69), tornata in mente a Ugo Stille, a New York, poco dopo aver sentito della morte improvvisa del suo amico Chiaromonte: «Facesti come quei che va di notte, / che porta il lume retro e sé non giova, / ma dopo sé fa le persone dotte».
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