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Ugo Berti

Pubblicando Chiaromonte

Tratto da Cosa rimane, atti del convegno dedicato a Nicola Chiaromonte (Forlì, 25 maggio 2002), quaderni dell'altra tradizione, 3, Una Città, 2006

Devo avvertire che, sotto un titolo del tutto specioso, il mio intervento sarà poco più di una testimonianza. Vi prego di prenderlo come una specie di intermezzo. Gli editori dovrebbero star zitti, far parlare gli altri è alla lettera il loro mestiere; e in effetti il mio programma era di venire qui ad ascoltare, se la cortesia degli organizzatori non mi avesse fatto ritrovare, quasi involontariamente, nella scaletta degli interventi. Ma infine mi fa piacere esserci, anche se non sono uno studioso né di Chiaromonte né di nient’altro; ma certo, questo lo posso rivendicare con qualche soddisfazione, sono quello che ha avuto l’idea, dieci anni fa, di rimettere in circolazione gli scritti di Chiaromonte che allora, tranne forse gli scritti sul teatro editi da Einaudi, erano tutti fuori commercio.
E allora, per dare qui un contributo che sia mio, il meglio che posso fare è accennare a come si sia arrivati a questa pubblicazione. La storia, per quel che riguarda il Mulino, inizia in un anno fatidico, il 1989, quando m’imbattei in Schiuma della terra, il libro autobiografico di Koestler che racconta la sua peripezia nella Francia del 1939. Nell’89 cadevano i cinquant’anni dello scoppio della guerra, e ciò ci diede lo spunto per proporre questo libro, dimenticato da molti anni. Qualche settimana fa "Liberal” ha riproposto un altro libro di Koestler, Lo Yogi e il Commissario, e Renzo Foa, nella Prefazione, vedo che situa la nostra riscoperta di Koestler sì nell’89, ma legandola alla fine del comunismo; l’89, dice, "quando i testi dell’‘anticomunismo democratico’ cominciarono a infiltrarsi tra gli sconfinati recinti della sinistra” (p. XIX); il che, per quanto riguarda la ripresa di Koestler, è in fondo vero, ma non alla lettera: quanto meno io avevo cominciato a leggere Koestler qualche anno prima, e quando l’ho pubblicato, nell’estate dell’89, il muro era ancora in piedi.
Schiuma della terra fu un discreto successo; non veramente in termini di copie, ma in termini di risonanza sì; soprattutto mi impressionò che diversi intellettuali che mi piacevano, Marcello Flores, Federico Stame, Alfonso Berardinelli, mi pare anche Grazia Cherchi, ne fossero stati singolarmente colpiti. Mi accorsi che avevo, quasi per caso, attraversato un territorio interessante, un terreno che in quel momento lì era fecondo. E allora, siccome gli editori non sono mai delle anime belle ma anche dei bottegai, il Mulino proseguì l’esplorazione. Così per Koestler proponemmo tutti e quattro i libri autobiografici, poi cercai senza successo di ripubblicare Il Dio che è fallito, che in quegli anni, come le vecchie antologie Rizzoli e Bompiani di Chiaromonte, si trovava nei remainders e fu rifatto da Baldini e Castoldi; poi fu la volta di Stephen Spender, di cui riprendemmo la memoria degli anni ’30, Un mondo nel mondo (1992) e traducemmo i diari (1993); poi pubblicammo la bellissima biografia orwelliana di Bernard Crick, cercando inutilmente anche di accalappiare i saggi di Orwell, allora quasi tutti inediti in Italia ma impantanati in una situazione di diritti letterari alquanto complicata, che ci costrinse a desistere; tentammo qualcosa per Uscita di sicurezza di Silone, anche quella fuori commercio, ma non era libera; e dopo Chiaromonte avviammo un discorso con Gustaw Herling, che per una serie di ragioni non approdò a nulla, sia per le memorie sia per i saggi poi raccolti da Ponte alle Grazie; e potei pubblicare le memorie di Margarethe Buber Neumann e di Ingrid Warburg Spinelli. Ecco, ho fatto questo piccolo elenco mettendo dentro anche alcuni progetti non realizzati perché fa vedere che avevamo cercato di costruire un piccolo scaffale coerente: se mettete in fila questi nomi vi accorgete che è una pattuglia spesso di amici, di compagni d’esilio, di scrittori che si erano incrociati per una vita sulle stesse riviste o magari negli stessi cataloghi editoriali. Quando infilai Stephen Spender nella stessa collana di memorie dove erano già apparse quelle di Koestler, mi accorsi che entrambi avevano di fatto debuttato sessant’anni prima nella stessa collana del "Left Book Club” dell’editore Gollancz.
Pubblicare libri è un mestiere che sottostà a molti vincoli e a molte motivazioni non sempre coerenti; ma nella sua parte per me più soddisfacente assomiglia all’esperienza del lettore, che trova un libro che gli piace e dal libro allarga all’autore, all’ambiente dell’autore, insomma costruisce le sue letture con la passione di chi completa un puzzle. Con questi autori è andata un poco così.
In sintesi, era in certo senso naturale che, pur avendo lavorato (per uno dei vincoli materiali di cui dicevo) fondamentalmente sulle memorie, partendo da Arthur Koestler arrivassi, via l’ambiente del Congress for Cultural Freedom, a Nicola Chiaromonte. Naturale ma non del tutto ovvio, se è vero che i due erano, caratterialmente ma anche come stile di pensiero, piuttosto lontani e probabilmente nemmeno si amavano molto. Ad esempio, si trova testimonianza nel diario della moglie di Koestler, che questi nel 1950 mise il veto sul nome di Chiaromonte quando Silone lo propose in non ricordo quale organo direttivo del Congress for Cultural Freedom.
Sia come sia, sono arrivato a Chiaromonte dalla via, per rifarmi a Renzo Foa, dell’anticomunismo democratico. Una strada diversa da quella di mio padre, il primo a parlarmi di Chiaromonte, che ci era arrivato per la via della riflessione morale e religiosa.
Ci sarebbe da commentare su questa differenza in famiglia; certo è che a me è parso sempre che il discorso di Chiaromonte contro la "malafede” fosse fondamentalmente un discorso contro il successo del comunismo; e in un certo senso Lionel Abel dice qualcosa di analogo quando sostiene (ma detta così è alquanto rozza) che Chiaromonte scrisse Credere e non credere per controbilanciare l’ascendente intellettuale di Sartre in Europa -e in effetti Sartre, l’intellettuale che aderisce alle "menzogne utili” delle ideologie, era un idolo polemico di Chiaromonte.
E’ vero che con la condanna della "collettivizzazione e meccanizzazione dell’esistenza collettiva” Chiaromonte abbracciava i totalitarismi come la società di massa democratica, ma poiché l’oggetto al cuore del pensiero di Chiaromonte era la coscienza individuale, a me pare che quando scriveva della "malafede” avesse in mente principalmente la seduzione del comunismo, la sirena di un’esperienza totalizzante al servizio di un dio-Ersatz (surrogato), quale tipicamente nel Novecento è stata incarnata dalla militanza comunista. C’è una protesta contro la politica, ma in nome dell’impoverimento morale, dello sviamento che porta nell’individuo l’adesione alla malafede.
Non c’è dubbio che in questa protesta contro l’eccesso della politica, quella che in uno scritto tardo definisce "la superstizione della storia” e "la superstizione della politica”, Chiaromonte è partecipe di un clima comune. Viene a proposito qui parlare di un’ultima iniziativa editoriale, collegata a Chiaromonte, cui mi è accaduto di partecipare. Bene: quando Camus morì, nel 1961, Chiaromonte su "Tempo presente” scrisse un articolo, poi raccolto più volte in volume, in cui pubblicava la sua propria sintesi di una conferenza che Camus aveva tenuto a New York nel 1946, La crisi dell’uomo. Questa conferenza risultava pubblicata solo in inglese su una rivista americana dell’epoca; poiché evidentemente il testo originale era perduto, non era stata mai raccolta nelle opere di Camus. Mio padre mi pregò di cercargliela, e io, con un paio di telefonate fortunate, ne recuperai la fotocopia. Questa conferenza, tradotta in italiano, è stata poi pubblicata su una nostra rivista, ripresa da altre due riviste italiane, e anche ritradotta in francese dalla "Nouvelle revue française”. Bene, in questa conferenza Camus dice una cosa molto interessante: la politica, dice, serve a tenerci in ordine la casa, ha un ambito circoscritto; la politica è una tecnica della convivenza. Il problema del nostro tempo è che essa ha trasformato l’uomo in uomo politico; non tutto appartiene alla politica, non tutto appartiene alla storia.
Questa presa di posizione molto precisa contro l’invasione che l’individuo sta subendo da parte della politica o, che fa lo stesso, della storia, trova consonanze impressionanti in altri scrittori, anche molto diversi, della stessa generazione. Penso al Philippe Ariès del Temps de l’histoire che parla proprio di una "mostruosa invasione dell’uomo da parte della Storia” (il saggio è del 1948) alla fuga dalla storia progettata o praticata da Giorgio Chiesura nel suo diario Sicilia 1943, alle pagine bellissime di Enzo Forcella in coda alla Resistenza in convento, che sono state scritte in tempi recenti ma evocano la condizione di un giovane che nel 1944, ma anche dopo, vorrebbe rifiutare la storia. Ora non c’è dubbio che Chiaromonte abiti questa medesima atmosfera. Mary McCarthy ha raccontato a Carol Brightman che nel 1945 (siamo proprio lì, in quel giro d’anni e quasi di mesi), quando fecero amicizia, lei e Chiaromonte parlarono appassionatamente di Tolstoj, e c’è da giurarci che già allora, anche prima del libro di Isaiah Berlin, il problema che appassionava Chiaromonte era quello della storia e della sua insensatezza.
Quello che stacca Chiaromonte da tutti gli altri, anche da Camus mi sembra, è che la sua attenzione è tutta spostata all’interno dell’uomo e della sua coscienza. Come ha scritto Lionel Abel, nella celebre alternativa weberiana fra etica della responsabilità ed etica della convinzione (o dell’interiorità, o della coscienza) Chiaromonte si collocava decisamente dalla parte della seconda. Le domande di Chiaromonte circa il senso sono così radicali, e così radicale il porre la coscienza individuale quale unico campo in cui tutto accade veramente, che non poteva altro che sfociare nel sacro e in dio. Se il problema è credere, la fede, e i succedanei non funzionano, dio finisce per essere necessario.
Io, francamente, mi accontento di pensieri più bassi. Chiaromonte era una specie di santo, come diceva qualche minuto fa il mio vicino in sala, ma la santità non è la soluzione. Non è per condividere il suo punto di osservazione, così alto, che ho cercato le sue pagine e, potendo, le ho pubblicate. Ma certo da là Chiaromonte ha visto meglio, meglio di molti altri, la condizione dell’uomo e della società contemporanea: e per questo vale la pena leggerlo ancora.
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