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Le amicizie trasversali

Tratto da Cosa rimane, atti del convegno dedicato a Nicola Chiaromonte (Forlì, 25 maggio 2002), quaderni dell'altra tradizione, 3, Una Città, 2006

Tra le molte fotografie che tengo sulla mia scrivania, una delle più importanti è la celebre foto, scattata nel 1947, nella quale Nicola e Miriam Chiaromonte sono seduti in compagnia dei loro amici di New York: Mary McCarthy, Dwight Macdonald, Lionel Abel, Elizabeth Hardwick e altri. Questa è una foto di amici, e quando penso ai Chiaromonte li vedo così. Mary McCarthy ha scritto, in una lettera a Hannah Arendt, che i Chiaromonte con Ignazio Silone le sembravano "una parte della mia famiglia eterna”. Non cercherò qui di passare in rassegna le loro amicizie, anche se questo dovrebbe essere fatto. Parlerò di qualcosa di più limitato. Rispondo all’invito di partecipare a questo convegno su Nicola Chiaromonte, cosa di cui sono molto riconoscente, con un ricordo personale. Finora non ho mai parlato in pubblico della mia breve -soltanto due anni- conoscenza con Chiaromonte. Ma ricordare le persone alle quali dobbiamo gratitudine è un nostro dovere, è un modo di pagare il nostro debito. Non ha forse scritto Chiaromonte, nel suo saggio su Albert Camus, che lo sforzo di ricordarsi la persona morta è compito vano? "Tutto è frammento, tutto è incompiuto, tutto è preda della mortalità”. E ancora: "La storia di un uomo è sempre incompiuta”. Ma lui stesso fa uno sforzo e scrive su quell’uomo morto, perché tale è l’obbligo dell’amicizia: fare in modo che anche dopo la morte la storia di questa persona continui. La memoria è uno dei doveri dell’amicizia (e dell’amore) ed io, incoraggiata dal suo sforzo, cercherò di raccontare quello che Chiaromonte ha significato per me. E quanto gli devo. E gli devo moltissimo, proprio in ragione del suo dono d’amicizia e di ospitalità.
Ma prima di parlare di questo, devo dire qualcosa su me stessa, e me ne scuso. Quando sono arrivata in Italia, nel novembre del 1969, ero giovane, ma pensavo che la mia vita fosse finita. Sono arrivata dopo gli eventi del marzo 1968 a Varsavia: le manifestazioni degli studenti terminate con gli arresti, i processi, la distruzione della vita universitaria e politica alla quale appartenevo. Sono arrivata in Italia dopo l’invasione della Cecoslovacchia, che ha chiuso, o così sembrava, le possibilità di democratizzazione del sistema socialista di Stato. Sono partita dalla Polonia, nella quale non credevo sarei mai più potuta tornare, con il cosiddetto passaporto ebraico, anche se, lo devo dire, non capivo il significato di questo fatto e non l’ho preso neppure in considerazione.
Oggi vedo la me stessa di allora simile al Fabrizio del Dongo descritto da Chiaromonte nel suo saggio Fabrizio a Waterloo: una persona totalmente disorientata sul campo di una battaglia storica della quale vede soltanto i frammenti, senza cogliere il loro significato. La battaglia che si svolgeva allora sopra la mia testa è terminata con l’implosione dell’Unione Sovietica, ma allora nessuno se lo aspettava. L’impero sovietico pareva invincibile poiché talvolta la sola esistenza attribuisce a cose e fenomeni una sembianza di stabilità. Ho lasciato la Polonia perché non riuscivo più a starci. Era una fuga. Ho lasciato dietro di me le rovine della mia vita e del mio ambiente. L’Occidente non lo conoscevo affatto e non avevo progetti per il futuro.
Quando ho lasciato la Polonia il termine "dissidente” non era ancora in uso. Mi ricordo bene l’articolo di Jakub Karpinski, fratello maggiore di quel Wojciech Karpinski che è autore di numerosi scritti su Chiaromonte. Jakub protestò contro questo termine fin dal momento della sua apparizione, nella seconda metà degli anni ’70. Il dissidente si dissocia da una religione, ma rimane sempre all’interno di una chiesa, mentre Karpinski non aveva in mente gente che lottava dall’interno del comunismo per la democratizzazione del sistema. Comunque, il termine divenne di moda, anche se questo accadde ormai dopo la morte di Chiaromonte. Lui sicuramente pensava a noi -profughi e fuoriusciti dalla Polonia- in un altro contesto. Avendo lui stesso vissuto l’esperienza dell’esilio, ci ha accolti con naturalezza, come alunni della stessa scuola. Devo riconoscere che neanche questo allora l’ho capito. Come Fabrizio del Dongo non sapevo di vivere e muovermi sul territorio della Storia, anche se, come nel suo caso, questo era il desiderio ardente del gruppo dei miei amici oltre che mio. Non sapendo di vivere nella Storia, non mi rendevo conto che altri ci erano già passati prima di me, e che ora vedevano nella mia fuoriuscita una certa continuità con la loro esperienza. Non avevo, essendo giovane, abbastanza consapevolezza né comprensione dell’importanza della mia storia. Questo, d’altra parte, era anche giusto perché la mia storia non era affatto uguale a quella di Chiaromonte.
Come è noto, Chiaromonte ha trascorso 19 anni in esilio. Nato nel 1905, è andato in Francia all’età di 29 anni, poiché in Italia rischiava la vita a causa della sua attività antifascista. Ma il pericolo non rappresentava la sola ragione della sua fuoriuscita, tanto che nel 1936 è andato a combattere nella squadriglia aerea di André Malraux. Costretto a lasciare la Spagna e poi anche la Francia, nel 1940 ha raggiunto l’Africa del Nord dove ha incontrato Albert Camus. Verso la fine del 1941 si è recato a New York e lì ha conosciuto la sua futura moglie Miriam. Qui si è fermato per sette anni, collaborando con varie riviste. E’ allora che ha stretto amicizia con le persone della foto che ho menzionato all’inizio. Nel 1948 è tornato in Francia, lavorando per l’Unesco e nel 1953 è rientrato in Italia. Dal 1956 è stato redattore capo con Ignazio Silone di "Tempo presente”, che ha chiuso nel 1968. Quando sono arrivata in Italia era curatore della rubrica teatrale de "L’Espresso”.
Nessuno, tranne Wojciech Karpinski, ha seguito le relazioni tra Chiaromonte e l’Europa dell’Est. Vale la pena menzionare i suoi legami politici di prima della guerra con i russi e gli europei dell’Est in Francia e Spagna. Dopo il 1945, Chiaromonte ha rivolto la sua attenzione al comunismo e la sua rivista ha pubblicato, tra l’altro, gli scritti di Czeslaw Milosz e Aleksandr Solzhenitsyn. Ha anche vissuto una stretta amicizia, fin dal 1956, con Gustavo Herling-Grudzinski e, tramite lui, è stato in contatto con il gruppo di "Kultura”, costituito da emigrati polacchi stabilitisi in Francia intorno a una rivista e a una casa editrice molto importanti. Herling ha scritto che Chiaromonte gli aveva detto che una vera lotta contro il comunismo veniva condotta soltanto all’Est. "Solo lì”, diceva Herling citando le parole di Chiaromonte, "si continua a lottare per il valore dell’esistenza umana”. Noi che avevamo lasciato la Polonia, dovevamo apparire ai suoi occhi proprio come i combattenti di questa lotta alla quale lui stesso partecipava. Ma, come ho già detto, io allora non lo capivo affatto.
Ho incontrato Nicola e Miriam tramite Gustavo Herling, che si era occupato di me con grande cordialità al mio arrivo in Italia. Una delle sue prime iniziative è stata proprio quella di mandarmi da loro. Mi hanno accolta con un’ospitalità indimenticabile. Fin dal primo incontro con i Chiaromonte -e questo doveva aver luogo all’inizio del 1970- mi ricordo del grande interesse per l’ospite (sotto forma di domande concitate), e dell’influenza "calmante” di Miriam. Mi sembra anche di ricordare la presenza della sorella di Nicola, Pina. La conversazione si svolgeva in francese, non conoscevo ancora l’italiano.
Chiaromonte mi ha in seguito invitato qualche volta a teatro, tra l’altro alla rappresentazione del Gargantua e Pantagruel messa in scena dalla compagnia di Jean-Louis Barrault.
Mi ricordo alcune cene, una con la presenza di Paolo Milano, un’altra con Franco, fratello di Nicola. Particolarmente importante per me è stata la visita, con Nicola, a Ignazio Silone, che mi aveva presentato come un saggio isolato dalla intransigenza della sinistra.
Silone mi fece allora l’impressione di un vecchio Matusalemme: lo vedo con gli occhi fissi su di me, seduto sullo sfondo di una libreria scura. Col passare del tempo -e, come ho detto, si tratta di due anni in tutto!- le conversazioni dai Chiaromonte si sono fatte più difficili. Ricordo in particolare le ultime due visite, alle quali ha partecipato il mio fidanzato che di quella sinistra intransigente faceva parte. Le sue idee suscitavano l’agitazione di Nicola.
Durante il secondo incontro hanno litigato: è stato un violento litigio politico. Quella è stata ultima volta che ho visto Nicola Chiaromonte.
Reagiva molto violentemente alle opinioni che considerava pericolose, causando una grande ansia a Miriam. La sua inquietudine era del resto giustificata. Nicola è morto d’infarto nel 1972, a soli 67 anni.
Ho scelto di chiamare questo ricordo "le amicizie trasversali” perché non voglio definire la mia conoscenza con Nicola semplicemente un’amicizia. Le differenze tra di noi erano troppo grandi: di età, di esperienza, di saggezza, di intelligenza. Anche il fatto che fossi una giovane donna rende il termine "amicizia” un po’ inadeguato. Non parlo allora dell’amicizia in senso aristotelico: l’amicizia come relazione d’uguaglianza tra due uomini che sono uniti -e questo è l’aspetto politico del loro rapporto- dalla ricerca del bene comune. "Uomini legati da una solidarietà materiale spontanea che conducono vita semplice e modesta”, come ha scritto Chiaromonte nella lettera ad Andrea Caffi (da New York, nel 1947). Parlo di un altro tipo d’amicizia, anche questa in qualche modo politica: l’ospitalità verso lo straniero. La maniera con la quale i Chiaromonte mi hanno accolta faceva parte del loro modo di vivere. Non ero l’unica nuova arrivata dall’Est che loro avevano abbracciato. La loro ospitalità, la loro ideologia dell’ospitalità, l’ho capita leggendo il saggio di Nicola su Camus. L’ho capita, come ho detto, solo adesso, ma l’ho sentita fin dall’inizio.
Chiaromonte comincia quel saggio, che è un ricordo postumo dell’amico, parlando del loro primo incontro. Crea in questo modo un nuovo frammento della biografia di Camus, che così rimane vivo. Il sopravvissuto costruisce un monumento all’amico scomparso. Ma Chiaromonte presenta quell’amicizia non tanto come uno scambio di opinioni, o come unità dei gusti, ma come un incontro di due solitudini, dove quella dell’ospite tende la mano all’altra. "Salutai Camus e sua moglie -scrisse- sapendo che ci eravamo scambiati il dono dell’amicizia e che in fondo a quell’amicizia c’era qualcosa di assai prezioso, qualcosa di non personale che non fu detto, ma che risiedeva nel modo stesso nel quale loro mi avevano accolto e io ero stato in loro compagnia: avevamo riconosciuto l’uno nell’altro i segni della sorte; che credo fosse il senso antico dell’incontro fra lo straniero e l’ospite.”
Questo "qualcosa di non personale” di cui scrive Chiaromonte è la tradizione, la prospettiva nella quale lui vede la sua vita e la sua relazione con l’amico scomparso. E anch’io vorrei vedere in questa luce l’ospitalità che mi hanno offerto i Chiaromonte in quel difficile anno 1970.
Mi pare che invitandomi mi abbiano inscritta, così come i miei colleghi da loro ospitati, in quella tradizione greca dell’amicizia. Hanno riconosciuto in noi della gente appartenente allo stesso mondo, dandoci un rango di eguaglianza, perché ci univa lo stesso rifiuto di accettare la tirannia. Eravamo fuoriusciti, così come lo era stato lui una volta, e lui sentiva la fratellanza verso di noi, che eravamo soli e randagi. Perché, come ha scritto, "bisogna essere stati soli e randagi per sapere il valore dell’ospitalità.”
Quel dono dell’ospitalità, lo vorrei ripagare oggi, quando non solo lo sento, ma mi sembra di averlo finalmente capito. Per questo costruisco il mio ricordo sulla base dei due saggi di Chiaromonte, quelli che amo di più: Albert Camus e Fabrizio a Waterloo. Raccontando la mia storia nella cornice di questi due personaggi, ho voluto compiere una specie di dovere verso Chiaromonte: continuare, con i termini da lui scelti o coniati, la conversazione che lui ha tenuto coi suoi amici e predecessori. E in tal modo costruire un piccolo monumento per lui, anche se questo monumento è destinato a essere, a sua volta, "preda della mortalità”.
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