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RICORDO DI CHIAROMONTE

Tratto da Miriam Chiaromonte (a cura di), Nicola Chiaromonte, Scritti politici e civili. Introduzione di Leo Valiani, Bompiani, Milano, 1976

Incontrai Nicola Chiaromonte per la prima volta nel 1934 in Svizzera, dove io mi trovavo già da alcuni anni. Egli arrivò da Parigi. Mi avevano colpito alcune note e articoli non firmati, apparsi su Giustizia e Libertà, che mi erano stati indicati come opera sua. Notizie più personali su di lui avevo appreso da Annie Pohl, la sua prima moglie, che era gravemente malata ed era venuta in Italia nell'illusione di trovarvi un clima più adatto alla sua salute.
Ricordo ancora la forte impressione che Chiaromonte mi lasciò fin dal primo incontro. Nello scambiarci le notìzie sulla situazione romana dovemmo constatare l'isolamento e la demoralizzazione in cui vivevano le forze residue dell'antifascismo sia dell'ambiente intellettuale che di quello operaio.
Chiaromonte costituiva per me la scoperta d'un fenomeno nuovo e imprevisto di autoliberazione. Egli appariva immune dalla retorica dominante senza l'aiuto d'una tradizione politica familiare o di gruppo. Era approdato a idee chiare sulla società leggendo i classici, specialmente greci, e qualche autore recente. Conosceva Proudhon, anche qualche "inedito" di Marx in quel tempo pubblicato in Germania (come la Deutsche Ideologie) e aveva cominciato a studiare Husserl. Ma l'ambiente romano gli era insopportabile perché l'insofferenza del regime tra i suoi amici si risolveva in chiacchiere.
Stringemmo amicizia, ma le nostre relazioni rimasero postali. A me non era permesso risiedere in Francia, essendo stato già espulso dal paese, e mi ero rassegnato a vivere isolato in Svizzera. Chiaromonte invece aveva trovato a Parigi un ambiente più favorevole che sembrava soddisfarlo. Ma ben presto in lui e nel suo fraterno amico Andrea Caffi maturò l'insofferenza verso alcune esigenze del movimento politico di "Giustìzia e Libertà" da cui esso poteva difficilmente prescindere. Una quindicina d'anni più tardi, quegli argomenti saranno ripresi da Chiaromonte in una lettera a Mario Pannunzio per esprimere i limiti d'una sua adesione alla campagna politica del Mondo e del gruppo radicale.
Alla guerra civile spagnuola Chiaromonte partecipò senza esitazioni e senza pentimenti assieme a molti altri volontari di altri paesi; ma dei numerosi intellettuali d'ogni levatura, che parteciparono a quell'impresa, forse egli è stato l'unico, o uno dei pochi, a non farne oggetto di pubblicità. Si sa che cosa ha rappresentato la guerra di Spagna per Orwell, per Koestler, per Hemingway, per Malraux. (Si conosce ora anche il giudizio accorato della Simone Weil sul terrore repubblicano, ma esso fu espresso in una lettera privata a Georges Bernanos che è stata conosciuta dopo la loro morte). Chiaromonte si è espresso su aspetti politici di dettaglio di quell'avvenimento solo un paio di volte (ad es. sulla cronologia dell'intervento comunista) e nulla più. In questo atteggiamento c'è probabilmente un riflesso della sua visione dell'uomo nella irrazionalità della storia, quale si trova nei suoi saggi su Guerra e Pace, su Roger Martin du Gard, su Stendhal, su Pasternak.
Con maggiore agio e libertà, durante una dozzina d'anni, dal '56 al '68, Chiaromonte si è espresso nella rivista Tempo Presente da noi diretta. Egli vi si è dimostrato fedele al precetto scelto a programma fin dall'inizio: "Promuovere il riesame dei modi di pensare correnti, mettendoli a confronto con la realtà del mondo attuale". La rivista dimostrò la sua efficacia anche fuori della sfera puramente intellettuale. La denunzia delle persecuzioni contro le minoranze religiose in Italia e la lotta contro la censura sugli spettacoli ebbero buoni effetti. La difesa degli scrittori e artisti perseguitati in Russia, in Polonia, in Ungheria, in Spagna, in Grecia valse a liberare la causa della libertà della cultura dal monopalio settario dei partiti politici. Lo stesso si dica della ferma denunzia di ogni condiscendenza, anche di amici, al gollismo e al maccartismo. A suggello della propria dignità la rivista cessò di esistere quando la sua sopravvivenza sembrò condizionata al sacrifizio della propria indipendenza.
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