L'università libera - 1925 - Anno I - n. 8

254 J.'UNIVERSITÀ LIBERA stormi d'uccelli che, sulla fine dell'autunno, fuggono a gran volo le nostre campagne attristate, emigrando verso i paesi del sole, verso le felici campagne inondate dalla luce. Immagine o realtà, il popolo non ha mai saputo o voluto distinguere. Le anime volavano con gli uccelli, andavano a vivere una nuova vita, al di Ili del bel mare. Si avvicinava il giorno dei Morti. La campagna sembrava vuota. Le placche brune dei terreni coltivati s'alternavano con le stoppie grigiastre. All'orizzonte, un muro grigio cupo: la foresta. Si camminava sulle fogli-e, cadenti dagli alberi che, già spogli, mostravano la loro ossatura. Il campanile, i tetti, le case parevano fatti d'ombra; gli uomini che in lontananza passavano sulla strada, i buoi che camminavano lentamente, sembravano spettri e fantasmi. A intervalli soffiava un vento frizzante. Faceva freddo e tutto era triste. Nel cielo slavato appariva la luna, piccola falce. Verso l'orizzonte s'accumulavano come pecorelle nuvole grigie e bianche come ghiacciuoli su cui avesse nevicato, il sole tramontando le tingeva di rosa pallido. AI di sopra della banchisa, due lunghe file d'uccelli ondulavano e serpeggiavano; le loro macchie nere _s'andavano attenuando sempre più ad ogni istant·e, e scomparivano nelle profondità dell'aria. Abbandonandoci con giocondi gridi, le oche, le anitre volavano verso la calda J"uce, verso le piantagioni di bambù e i roseli, verso i tiepidi stagni dove si specchiano le palme. E noi, a contemplare questa partenza e a pensare al freddo che fa! Come è triste! Ancora un inverno da passare. D'inverno in inverno arriveremo all'ultimo; andremo al cimitero, le cui pietre somigliano a quelle bianche macchie delle banchise aeree. E poi? Faremo come questi uccelli? Pass-eremo il mare, il grande mare che separa i due mondi? Scenderemo nel p·aese dell'altra vita, luminoso paradiso, dove gli alberi della scienza crescono in boschetti verdeggianti e fioriti; dove l'albero della vita affonda le sue radici nella fontana di Gioventù, riflettendo i suoi frutti d'oro nell'onda limpida? Rinasceremo. laggiù? Chi sa! Ma qui, come fa freddo, come è triste e fosco! Non dubitare, rinascerai! esclama la saggezza dell'Egitto e dell'India. Rinascerà il tuo loto, rinascerà in un altro globo, e poi in un altro. Ad empire l'immensità degli esseri e degli spazi, la goccia d'acqua non esita; l'empirà nell'immensità delle età. Ecco che cosa compresero i Primitivi, i nostri antenati, quando dalla spaventosa ed incoercibile molteplicità dei morti, dedussero la dottrina delle Metamorfosi e delle Metempsicosi: la trasmigrazione incessante dell-e anime nelle molecole della materia, per «animarla», nell'accezione più immediata della parola, e vivere esistenze infinitamente rinnovale, - ma la stessa vita, sempre la stessa.

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