Gaetano Salvemini - Scritti vari (1900-1957)

Memorie di un fuoruscito lettera del corrispondente da Londra del Corriere della Sera, pubblicata sul Times di Londra (1° novembre), sarebbero rimasti in prigione non piu di 250 prigionieri politici. Quale delle due cifre era la vera? Gli oppositori politici, che erano stati m::mdati al confino per decisione insind'.!cabile della polizia, erano 1.086, stando alle affermazioni ufficiali; ad essi non si applicava l'amnistia, ma la polizia annunziava che ne sarebbero stati rimandati a casa 595; gli altri 491 sarebbero rimasti a n1editare nel confino sulla clemenza del duce. La beffa raggiunse il colmo quando l'amnistia avrebbe dovuto deliziare chi avesse diffuso all'estero voci o notizie false, esagerate e tendenziose sulle condizioni interne dello Stato per modo di menon1are il credito o il prestigio dello Stato all'estero: delitto che l'art. 259 del codice penale fascista, 10 luglio 1932, puniva con prigione da 5 a 24 anni. Quei fortunati sudditi mussoliniani che avessero commesso quel delitto e fossero stati cosi bravi da rientrare in Italia entro quattro mesi per farsi processare e condannare, avrebbero goduto di cinque anni di riduzione della pena: gliene rimanevano ancora diciannove sul grop · pone. Quanto ai diciassette fuorusciti che erano stati condannati alla perdita della cittadinanza e alla confisca dei beni, il codice penale del 1932 aveva abolito quella pena, perché riconosciuta "inefficace"; ora essi erano amnistiati di una pena che il codice penale aveva abolito pochi mesi pnma. ~ Fra gli avversari del fascismo beneficati dalla magnanimità del duce, c'ero io. Un giornalista del New York Herald Tribune (18 novembre 1932), venne ad intervistarmi sulla clemenza del duce. Anche qHando concede un'amnistia Mussolini mente - io dissi. - Io non sono mai stato un sindacalista, né un amico intimo di Mussolini, come il Governo fascista afferma. Io non fui mai uno dei leader del fascismo nei giorni della sua formazione. Io mi sono opposto al movimento fascista fino da principio. Nel luglio 1920, nella Camera dei deputati, io accusai Mussolini di avere sottratto un milione di lire alle somme raccolte in America per sostenere l'impresa di D'Annunzio a Fiume. Mussolini mi sfidò a duello. Io accettai a patto che fossi innanzi tutto ammesso a dare la prova della mia accusa. Mussolini non volle saperne. Il duello non ebbe luogo. Questa era la mia amicizia con Mussolini. L'amnistia mi ridà la cittadinanza. Non ne ho bisogno. Io mi sono sempre sentito italiano. Mussolini non può né impedirmi né consentirmi di essere italiano. Può confiscare la mia proprietà, non la mia anima. Questa è stata sempre quella di un italiano. La sua amnistia non mi impedirebbe di essere mandato in prigione per trent'anni, se io ritornassi in Italia, ma forse i trent'anni sarebbero ridotti a venticinque. Volli mettere a prova la serietà dell'amnistia. Un alto personaggio del regime, Bottai, presidente della casa editrice La Voce, si era intascati i diritti d'autore sulla mia Rivoluzione francese e sul mio Mazzini dal 1925 in poi. Io lo invitai a dare prova che l'amnistia era cosa seria, pagandomi i diritti d'autore, dato che i miei mi erano stati restituiti. Mi rispose che non si meravigliava che io avessi pensato subito a far denaro. Se tutti avessero pensato a far denaro come me, il mondo non avrebbe 655 BiblotecaGino Bianco

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