Memorie di un fuorusdto anche lui voleva essere informato sulle iniziative che Rosselli, Tarchiani e Lussu progettavano. Rosselli spendeva a larghe mani del suo, e contribuivano alle spese i gruppi di Giustizia e Libertà, promossi in America dai miei amici Bolaffio; qualche cosa riuscivo a spremere in Inghilterra anche io. Noi di Giustizia e Libertà non capivamo perché Facchinetti dovesse usare fondi che provenivano da sorgenti cui egli era estraneo. Quanto a concordare preventivamente le iniziative, noi eravamo intrattabili: ognuno, sotto la propria responsabilità, prendesse in Italia le iniziative che ere- . deva piu opportune; i risultati utili sarebbero andati a vantaggio di tutto il movimento antifascista; gli insuccessi rimanessero a carico di chi prendesse iniziative sbagliate. La rottura diciamo cosf ufficiale avvenne con la Giovine Italia nell'estate del 1930, mentre i rapporti con la Concentrazione continuavano apparentemente cordiali, mentre il fuoco dormiva sotto la cenere. Io fui in tutto e per tutto solidale con gli amici di Giustizia e Libertà. Ma queste erano tempeste in un bicchier d'acqua. In mare aperto le fortune dell'antifascismo fuori d'Italia sembravano non poter essere migliori. Il 25 settembre si aprf a Bruxelles il processo contro Fernando De Rosa, che l'anno precedente aveva sparato nella stazione di Bruxelles un colpo di revolver contro il principe ereditario italiano, che andava a fidanzarsi ufficialmente con la principessa Maria José del Belgio. Scopo di De Rosa non era stato quello di ammazzare il principe: lui stesso lo confessò a Modigliani; la distanza del bersaglio e l'arma usata per il cosf detto attentato avrebbero resa assurda ogni intenzione omicida. De Rosa voleva fare una protesta clamorosa contro il regime fac;cista itaiiano. Ma non volle attenuare in alcun modo le sue responsabilità. e insisté sempre che egli aveva inteso uccidere il principe, sostenendo vittoriosamente gli· assalti dei periti psichiatrici, che dovevano accertare se era ~normale o folle: normalissimo, normalissimo, signori. Quando venne il giorno del pubblico dibattimento (25 settembre 1930) tutti noi piovemmo a Bruxelles come testimoni a difesa: l'ex presidente del consiglio Nitti; Turati, capo del socialismo legalitario; Mari~n Rosselli, bellissima donna che non guastava; Tarchiani, conservatore; F. L. Ferrari, cattolico; Raffaele Rossetti, affondatore della "Viri bus Unitis," medaglia d'oro; Mario Pistacchi (" tanto nomini ...": vedi liste degli agenti dell'Ovra); e, umile in tanta gloria, anche il sottoscritto. Tutti cercammo di far sentire ai giurati di che lagrime e di che sangue grondava la dittatura fascista in Italia. Bisogna dire, a suo onore, che il pubblico accusatore, che non era un'aquila, ma era evidentemente un uomo di buona fede e di buon senso, trovò un argomento, che fra i giurati belgi, se cattolici, do·1t>va discreditare tutte le .nostre deposizioni: Credete - disse ai giurati - che l'uomo che rappresenta la massima autorità m.orale del mondo, avrebbe trattato con banditi per ricuperare la sua sovranità temporale? Per i credenti, il papa è eterno: aveva dunque il tempo di attendere. Non ha atteso ed ha trattato coi fascisti. Credete che avrebbe accettato De Vecchi in qualità 646 BiblotecaGino Bianco
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