Gaetano Salvemini - Scritti vari (1900-1957)

Memorie di un fuoruscito La emigrazione di tanti antifascisti autorevoli portò come conseguenza un diluvio di spie. Erano come le mosche che corrono sul miele. Non dubito di avere contribuito anche io per la n1ia parte ai guadagni di quei galantuomini. In un sol giorno, appena ero tornato dall'America e dall'Inghilterra, vennero a trovarmi due persone, che portavano stampata la parola spia sulla punta del naso. Dopo che tornai a Londra, venne a , visitarmi un tipo, che parlava un ottimo italiano con accento tedesco. Si disse mandato da Nitti. Partiva il giorno dopo per l'Italia. Era desideroso di rendermi servigio, portando lettere ad amici miei in Italia. Gli risposi che ero felicissimo della opportunità che mi offriva; purtroppo avevo perduto tutti i contatti con l'Italia; mi portasse i nomi e gli indirizzi degli antifascisti coi quali si fosse incontrato. Capf che lo prendevo in giro, e non ricomparve pi~. Nitti, a cui chiesi per lettera notizie su quell'individuo, mi fece rispondere che non l'aveva mai sentito nominare. Qualche settimana dopo, il Popolo d'Italia mi definf un "furbo pugliese," il quale aggettivo mi inorgogH assai, ma temo senza giusto fondamento. Le opportunità di adoperare la mia furberia pugliese mi mancavano, poiché facevo vita solitaria, e da me le spie avevano poco da spremere, anche perché mi astenevo scrupolosamente dal domandare informazioni sulle iniziative a cui non fossi chiamato a partecipare personalmente. Era mia convizione che le sole spie hanno interesse a sapere quello che gli altri fanno e come lo fanno; uno deve solamente sapere quello che fa lui stesso e quello che fa chi gli dà cooperazione immediata; sul resto deve rimanere all'oscuro, se non altro per evitare il pericolo che in un momento di distrazione gli sfugga qualche parola imprudente. La mia persuasione era - ed è tuttora - che su tre cospiratori uno è spia; il secondo è uno scioccone, che per vanità di parere bene informato racconta alla spia quanto sa sul terzo; e il terzo e il secondo vanno in galera, grazie al primo. D'altra parte, il terzo, se non fa niente per paura dello scioccone e della spia, non andrà in galera, ma non farà niente, cioè lascerà padrone delle acque il nemico. Solo disturbandolo attivamente, e perciò correndo il rischio di andare in galera, mantiene il nemico in continuo allarme; lo porta a fare spropositi sempre nuovi, e lo spinge alla rovina. Conclusione: bisogna correre il rischio di andare in galera e alla fine andarci. Cioè bisogna obbedire alla legge del proprio temperamento. Quanto al resto, sarà quel che sarà. Ma non tutti la pensavano come me. Perciò Parigi era il paradiso delle spie. Nel febbraio del 1927, vi piovve un antifascista frenetico, chiamato Canovi, e propose un nuovo attentato alla vita di Mussolini, dopo che quello (simulato) di Bologna, attribuito al povero Anteo Zamboni, non era riuscito. Ma era in lega col direttore del fascista Pensiero latt'no di Nizza; ed entrambi furono espulsi. Alla fine del 1928, lo stesso Canovi, mandato a domicilio coatto nell'isola di Lipari come antifascista pericoloso, vi organizzò un "complotto," che costò un anno di prigionia a venticinque coatti politici; alla fine gli imputati furono assolti, perché il solo complice del "complotto" era l'agente provocatore. Bibloteca Gino Bianco

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