Gaetano Salvemini - Scritti vari (1900-1957)

Memorie di un fuoruscito accertare come vi stavano le cose; il Governo russo mi avrebbe dato i mezzi e fatte tutte le facilitazioni possibili. Risposi che, non conoscendo la lingua del paese, avrei dato prova di leggerezza e presunzione se fossi andato ad accertare come stavano le cose in Russia; sarei stato un sordomuto, e sarei dipeso da quanto mi avrebbero detto gli interpreti; sapevo già quello che succedeva agli inglesi e agli americani, che visitavano l'Italia senza conoscere la lingua, e tornavano a casa cantando le glorie di Mussolini, perché faceva arrivare i treni in orario. Mentre ero a Parigi, nell'estate del 1927, Donati mi disse che Cesare Rossi desiderava incontrarsi con me. Era stato capo dell'ufficio stampa dj. Mussolini fino all'assassinio di Matteotti; accusato di avere dato il mandato per l'assassinio insieme coll'altro gerarca fascista Marinelli, era stato prosciolto in istruttoria, grazie all'amnistia del 31 luglio 1925, cucinata appunto per esentare da ogni pena i mandanti. Dopo la scarcerazione, temendo di essere fatto fuori da Mussolini, si era rifugiato in Francia. Desiderava darmi le prove che nell'assassinio di Matteotti lui non aveva avuto alcuna parte. Preparavo in Inghilterra la nuova edizione del Fascist Dictatorship, e non potevo rifiutare quella testimonianza. Cesare Rossi venne a trovarmi due volte. Furono discussioni assai lunghe. Alla fine gli proposi di mettere per iscritto tutto quanto mi aveva detto; io avrei esaminato il manoscritto commentandolo dove mi pareva di avere' ancora obiezioni; lui avrebbe dato forma definitiva alla sua testimonianza; su questa testimonianza io avrei basato il mio giudizio definitivo. Mi parve che fosse questa la procedura piu leale in un caso cosf delicato. In attesa di esaminare il promemoria di Cesare Rossi, avendo io promesso a La Libertà per un numero del giugno 1922 un articolo sull' affare Matteotti, evitai di fare in quell'articolo il nome di Cesare Rossi; non mi sentivo in quel momento il diritto di ripetere contro di lui l'accusa, né quello di assolverlo senz'altro. Carlo Bazzi si gettò su quel mio silenzio, e proclamò che io avevo riconosciuto la innocenza di Cesare Rossi. Quando ebbi la memoria di Cesare Rossi nella sua forma definitiva, accertai che c'era nel racconto un'affermazione, a cui non mi era possibile prestar fede e gettava un'ombra di dubbio sulla sincerità di tutto il documento. Cesare Rossi affermava che gli assassini di Matteotti avevano portato a Roma, sporca di sangue, la automobile, in cui era avvenuto l'assassinio, e l'avevano lasciata nel cortile della questura, non sapendo dove portarla; lui, Rossi, informato di questo pasticcio, non era riuscito a vedere Mussolini! Lui, capo dell'ufficio stampa di Mussolini, non aveva potuto vedere Mussolini, in un frangente come quello! In conseguenza, nella edizione inglese del Fascist Dictatorship, non affermai la colpa del Rossi, ma dichiarai che le sue spiegazioni non mi avevano affatto convinto sulla sua mnocenza. Recentemente, le memorie di Mauro Del Giudice, che fu giudice istruttore nel processo Matteotti, hanno confermato i miei dubbi, come ho spiegato nel Ponte del marzo 1955. 617 Bibloteca Gino Bianco

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