Memorie di un fuoruscito fiutata su proposta di quel preside della facoltà di legge, che già conosciamo. La signora Berenson - mia amica da trent'anni - fece depositare i libri presso uno spedizioniere a Firenze, e dopo avere generosamente pagato per anni il magazzinaggio, nel 1933 me li fece spedire a sue spese ad Harvard, e io - non potendo portarmeli neanche allora dietro - li cedetti a Harvard. Molti libri ed opuscoli rari sul fascismo credo non si trovino che in quella mia collezione. Il duce e i suoi capivano che io non me ne ero andato fuori d'Italia per cantare Giovi·nezza, giovinezza, e sperarono di chiudermi la bocca con le minacce. Perciò la Camera dei deputati, il 28 novembre 1925, fu chiamata a discutere, cioè ad approvare, un progetto di legge, il quale puniva con la perdita della cittadinanza chi "commettesse o concorresse a commettere, all'estero, fatti diretti a disturbare l'ordine pubblico nel regno, o a diminuzione del buon nome o del prestigio dell'Italia, anche se il fatto non costituiva reato." Dal resoconto della seduta, in cui fu approvato quel progetto di legge, mi pare prezzo dell'opera - come avrebbe detto un purista del secolo passato - estrarre un documento, il quale, non meno che il voto del Consiglio accademico dell'università fiorentina, illustra il costume di quel tempo: Volpe: "Pochi giorni fa un giornale italiano, e precisamente il Popolo d'Italia di Milano, riportava tradotta da un giornale inglese una lettera del professor G. Salvemini, ex deputato, al rettore dell'università di Firenze. "La lettera diceva cosf: 'La dittatura fascista ha ora completamente soppresso nel nostro paese quelle condizioni di libertà, in assenza delle quali l'insegnamento universitario della storia, come l'intendo io, perde ogni dignità, dato che esso cessa di essere strumento di libera civile educazione, e deve essere degradato a servile adulazione del partito dominante.' "Il professor Salvemini non è, bisogna riconoscerlo, il primo venuto. ( Commenti). Riconosco, almeno io, personalmente, alcune sue benemerenze nella prima parte della sua esistenza di studioso. Riconosco anche, e bisogna riconoscere, che fuori d'Italia non è ignoto, per ragioni che in parte, e precisamente per quella sua prima parte, gli fanno onore, e in parte maggiore non gli fanno onore." Una voce: "Non facciamogli la réclame; non ne vale la penai" Volpe: "Ma appunto per questo, perché non è ignoto fuori d'Italia, io credo doveroso che una voce di persona, che, come lui, vive la vita delle università italiane, si innalzi qui nel Parlamento a dire che non è vero quello che è affermato nella lettera del professor Salvemini. Nelle università italiane è ancora oggi lecito di professare liberamente quelle e qualsiasi altra disciplina, anche la storia; Io riconoscono del resto anche quelli dell'altra parte che non sieno acciecati dalla passione. "Solo è necessario questa e qualsiasi altra disciplina non mescolarla malamente con la politica. "Sappiamo che la storia è ~nche politica, nel senso che i fatti anche lontanissimi è difficile valutarli senza un criterio politico direttivo, ma esiste un limite che divide la politica, in quanto storia, dalla politica in quanto polemica, dalla politica avvelenata, dallo spirito fazioso l "Questo limite il professor Salvemini non lo ha sentito! "È necessario che i m~estri questo limite lo sentano, tanto per necessità, per esigenza immanente dello Stato e della vita civile, quanto pel rispetto dovuto agli alunni e alla scuola, alla scienza e alla stessa politica." ( Commenti). 600 BiblotecaGino Bianco
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==