Memorie di un fuoruscito scompartimento, conducendomi con loro. Eravamo appena scesi, e il treno si rimise in cammino. I due miei guardiani non sapevano che c'era una stazione Firenze Campo di Marte, la quale veniva prima di Firenze Centrale, ed erano scesi alla prima, e io con loro, assonnato come loro. Non c'era ad aspettarci H nessuno. Ed ora che si faceva? Proposi il rimedio: le carceri delle Murate erano a poca distanza dalla stazione Firenze Campo di Marte; io sapevo la strada e li avrei guidati. I due ragazzi, non sapendo niente, né del Campo di Marte, né della Stazione Centrale, né di Firenze vera e propria, accettarono la mia offerta; mi misero le manette, e cosi ammanettato io li guidai fino al principio ,di via Ghibellina. Uno dei due teneva sempre la mano sul calcio del revolver; se avessi cercato di scappare, il revolver avrebbe parlato; ma io non avevo nessuna intenzione di ingannarlo, e tutto andò bene. Il guaio fu che quando arrivammo alle Murate, il portone era chiuso, non essendo cominciata la giornata per il servizio. E ci toccò aspettare innanzi al portone che quello si riaprisse. Mentre aspettavamo, arrivarono dalla Stazione Centrale quegli agenti, che avrebbero dovuto prendermi in consegna e che a furia di telefonate avevano ricostruito gli avvenimenti. Cos.1 tutto fu messo a posto. Nel carcere delle Murate, antico convento, mi fu assegnata una piccola cella monacale, assai piu umana della stanza di Regina , Coeli, perché dalla sua finestrella si vedeva il cielo, e in lontananza le alture di Fiesole, e le rondini volteggianti nello spazio. J;>oteiottenere libri per la mia disgraziata Storia della politica estera dell'Italia; e mi godetti a sorso a sorso quella quiete monacale, per la quale a volte provo una vera nostalgia. Un "professore" in carcere non si trova ogni giorno. Perciò almeno ne ebbi la impressione - mi tenevano come un animale raro. Uno dei custodi, la sera, dopo che era stato dato il segnale del silenzio, veniva a conversare con me. Aveva una memoria formidabile dei numeri; sapeva le statistiche di tutto quanto avveniva in Italia: le na~cite, le condanne penali, le importazioni, le esportazioni, e cosi all'infinito. Avrebbe fatto una magnifica figura a "Lascia o raddoppia." Lui vedeva il mio stupore, ne era lusingato, e continuava a farmi vergognare della mia crassa ignoranza. L'abitante della cella a me vicina era un ladro internazionale. Nelle conversazioni che ci erano concesse nel pomeriggio, mi spiegò molte cose utili e dilettevoli, fra cui i diversi modi che tengono nei diversi paesi per evitare che i prigionieri fuggano mentre sono condotti per istrada. In un paese tolgono le bretelle al prigioniero: quello deve camminare tenendosi i pantaloni; se tentasse di fuggire, non potrebbe muovere liberamente né braccia né gambe. Altrove due angeli custodi tengono il prigioniero ognuno per un polso con una catenella: difficile che due persone siano entrambe distratte allo stesso momento, e lascino al terzo la possibilità di fuggire. Metodo barbaro era quello delle manette italiane: queste - almeno al tempo mio - costringevano i due polsi in due quadrati di ferro saldati fra loro su un lato: quando i ~ue polsi erano raccolti contro 589 Bibloteca Gino Bianco
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==