Gaetano Salvemini - Scritti vari (1900-1957)

Memorie di un fuoruscito L'assassinio di Matteotti mi dette uno scossone. Mi dissi che, avessi o non avessi fiducia negli antifascisti ufficiali, era mio dovere non rendermi complice con la mia inerzia di un regime infame, come avevo fatto negli ultimi tempi. Anche ad essere solo, dovevo dire un no risoluto e pubblico a quel regime: fa' quel che devi, avvenga che può. Appressandosi l'anniversario della morte di Cesare Battisti, che alla . Prima guerra mondiale era stato impiccato dagli austriaci, decidemmo di prendere quella occasione per fare, trentasei giorni dopo l'assassinio di Matteotti, una manifestazione contro il fascismo. Ci trovammo in un cinematografo vicino alla stazione, in un paio di centinaia. Per evitare equivoci sullo scopo della riunione, fu venduto fra i convenuti un numero unico in ricordo di Matteotti. Io vi contribuii con un articolo, in prima pagina, con tanto di firma, nel quale spiegavo come qualmente Mussolini doveva scegliere: o l'ordine di assassinare Matteotti lo aveva dato lui, e per lui non c'era che la galera; o l'ordine era stato dato a sua insaputa dai suoi collaboratori piu intimi, e allora si era circondato di assassini, se non era lui stesso un assassino, e in questo caso senza andare in galera, doveva liberarci della sua presenza. Piero Jahier parlò di Battisti magnificamente. Non appena ebbe finito, noi ci mettemmo a gridare: "Viva Matteotti," uscimmo dal cinematografo, circondammo la corona destinata a Battisti, che era portata da una bellissima figliola, Miss Marion Cave (che doveva poi sposarsi con Carlo Rosselli), e andammo dal cinematografo a piazza della Stazione, e poi lungo via Cerretani, e poi lungo via Cavour, fino a Piazza S. Marco, gridando "Vi va Matteotti." I fasèisti potevano fare di noi una focaccia; ma erano demoralizzati, e non osarono molestarci. Tutto finf alla buona con la corona messa sul busto di Battisti in onore di Matteotti. Quando scoccò l'ora della controffensiva fascista, era naturale che il mio articolo del luglio 1924 e la mia partecipazione a quella dimostrazione fossero guiderdonati. Nel novembre si riaprf l'università, e cominciarono i guai. Uscendo di casa per andare a far lezione, non ero sicuro di tornarvi col cranio intatto; dovevo darmi l'aria di non avvedermi che delle ombre mi seguivano, minacciando la fine di quella storia: occorreva spendere molta forza d'animo per apparire impassibile. Solo chi ha provato quella vita, può apprezzare che cosa è un regime di sicurezza garantita a tutti. L'aula in cui tenevo lezione era invasa da camicie nere, che facevano disordine. Io spifferavo la mia lezione, come se nulla avvenisse di anormale; ma occorreva che mi dominassi assai per non perdere le staffe, ed era uno sperpero di forza nervosa non divertente. Piero Calamandrei ha raccontato uno di quei trambusti. In un pomeriggio, mentre tenevo la mia lezione in un'aula del piano terreno di piazza San Marco (ove, in quei primi mesi, era alloggiata la facoltà di giurisprudenza), BiblotecaGino Bianco

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