Gaetano Salvemini - Scritti vari (1900-1957)

Un male necessario gli altri, ha offerto alla causa comune con cuore sereno il figlio. ~ abbiamo taciuto dal maggio del 1915 all'autunno del 1916. Ma mentre noi tacevamo, i nazionalisti parlavano. E liberi da ogni opposizione, intensificavano la loro propaganda, non solo per la guerra, ma anche e soprattutto per orz'entare in senso nazionalista e antidemocratica la nostra opinione pubblica sui problemi della guerra e del dopo guerra. E rimasti senza contrasto padroni del campo, si proclamavano unici rappresentanti autentici del pensiero e della volontà di tutta la nazione; facevano credere all'estero, che l'Italia era tutta d'accordo con loro; e non appena qualcuno osava fare un cenno di dissenso o di protesta, subito una tempesta di insulti, di vituperii, di diffamazioni interveniva a fargli passare la voglia di continuare e a togliere ad altri la voglia di imitarlo. La concordia nazionale, insomma, era intesa in questo modo: che noi dovevamo tacere, gli altri dovevano parlare, conquistare cosi tutta la opinione pubblica, e creare una situazione di cose, in cui un bel giorno non sarebbe stata piu possibile a noi nessuna opposizione efficace contro la loro preponderanza, e lo stesso Governo avrebbe perduta ogni libertà d'azione in tutti quei ·problemi, su cui essi ponevano la ipoteca della loro propaganda. Stando cosi le cose, noi col nostro silenzio diventavamo complici passivi di una ,politica, la quale era a nostro parere iniqua in sé e dannosa pel nostro paese. Ecco perché non abbiamo piu potuto tacere, ed abbiamo rotta la famosa concordia. E siamo convinti di aver fatto tutt'altro che male. All'estero la gente incomincia a capire che i nazionalisti non sono né l'Italia né il Governo. Il discredito e il sospetto, che la propaganda nazionalista indisturbata faceva sorgere intorno ai sentimenti reali del popolo italiano e all'azione del nostro Governo, comincia a dissiparsi. Molti giovani, anche democratici, che si erano lasciati irretire dalla propaganda nazionalista, hanno aperto gli occhi, sono ritornati in sé, si sono sciolti dall'errore, in cui si erano lasciati afferrare. Né con l'opera nostra noi abbiamo in alcun modo diminuita la forza della corrente interventista. La guerra e la vittoria non sono fine a se stesse: sono i mezzi, che ciascuno di noi riconosce necessari per raggiungere un fine. Il fine dei nazionalisti è diverso dal nostro. La realtà si incaricherà di rivelare chi si illudeva, e chi aveva fissato bene la mira. Ma finché la soluzione non si sia realizzata, noi abbiamo il diritto e il dovere di credere che l'opera nostra per la guerra è dedicata al raggiungimento di un fine giusto e necessario al nostro Paese, e non di un fine considerato da noi ingiusto e dannoso. Se dovessimo perdere questa fede, non potremmo pù,. continuare a volere la guerra. E questo avverrebbe, se per sciocco o vile amore di concordia, noi rinunziassimo alla propaganda delle nostre idee, lasciando prevalere senza resistere i criteri altrui sui criteri nostri. Certo, sarebbe stato meglio per tutti se nazionalisti e democratici ci fossimo trovati d'accordo su un unico programma per la guerra e pel dopo 495 Bibloteca Gino Bianco

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