Gaetano Salvemini - Scritti sulla scuola

Il programma scolastico dei clericali dicata delittuosa ogni velleità di valutazione estetica, lo studio degli autori non fu piu che commento erudito, filologico, grammaticale. Dannato come dilettantesco e arbitrario ogni tentativo di ricostruzione sintetica dei fatti passati, la storia si ridusse alla ricerca, alla critica, alla recensione dei testi, tutt'al piu all'esame di piccole questioncelle di fatto, accuratamente isolate le une dalle altre. Finanche la filosofia si rattrappf nei lavori burocratici di psicologia piu o meno pseudo-sperimentale, di logica terra terra, di compilazione sociologica. Lo specialismo, l'erudizione, l'analisi diventarono i sovrani del pensiero. I fatti, i soli fatti, senza nessun fardello di fantasticherie soggettive, dovevano essere oggetto della scienza e dell'insegnamento. Filosofo diventò sinonimo di chiacchierone e di fannullone. Fu sistema non aver sistema. A spinger le cose per questa via non contribuiva solamente l'interesse personale degli studiosi: perché chi non dice mai nulla non corre nessun pericolo di dire spropositi; e quando la scienza si riduce a una meccanica raccolta di fatti bruti, qualunque cretino dalle budella di rame, sgobbando bestialmente a raccattar fatti a tonnellate, è sicuro di sfondare le porte dell'Università e di entrare nell'Olimpo dei grandi scienziati. Contribuiva anche l'interesse sociale e politico delle classi dominanti, alle quali le ebrezze filosofico-umanitarie del secolo XVIII, seguite dallo scoppio della grande rivoluzione, e le audacie metafisiche della prima metà del secolo XIX, commentate dagli slanci malpratici e compromettenti del '48, avevano assai bene insegnato che le idee generali sono un prodotto esplosivo assai pericoloso, e chi si arrischia a maneggiarle sa come comincia, non sa come andrà a finire. Come nel dilettantismo letterario avevano cercato una volta i Gesuiti di estinguere la fiamma animatrice del Rinascimento, cosf nella erudizione antifilosofica cercò la reazione borghese della seconda metà del secolo XIX di mortificare e soggiogare le pericolose concupiscenze rivoluzionane. Cresciuti in quest'ambiente di beozia intellettuale, educati nella università al feticismo dei fatti bruti e al terrore delle idee generali, da maestri che hanno spesso sacrificato ogni genialità nativa alle esigenze di un sistema tirannico e malsano, specialisti muniti di paraocchi da ogni parte meno che da una sola, privi di ogni idea generale sulla funzione speciale e sull'indole della nostra scuola e sui fini dei nostri insegnamenti, troppi di noi sperperano tesori d'ingegno e di dottrina in una pletorica, frettolosa, spasmodica accumulazione di fatti, fatti, fatti, del maggior numero possibile di fatti, a tutto scapito di ogni fecondo ufficio educativo. La scuola laica esiste nelle condizioni esterne. Ma non esiste nessun'anima, né laica né confessionale, al suo interno. Essa - come ha detto con profonda arguzia Enrico Carrara3 - c'è e non c'è. C'è, ma è noiosa. La Divina Commedia si è laicizzata, perché nessuno piu sogna di farla J Enrico Carrara. Critico letterario insegnò letteratura italiana nell'Università di Torino Fra le sue opere una "Storia della poesia pastorale" (1909) e studi sul Petrarca, Sannazzaro. Cellini. [N.d.C.] 893 BibliotecaGino Bianco

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