( La riforma della scuola media Naturalmente, in questo curricolo di studi preparatori alle vere e proprie facoltà universitarie, gli alunni apprendevano un certo numero di nozioni scientifiche, storiche, letterarie concrete, per quanto non fosse questo lo scopo principale dello studio; e l'insieme delle nozioni, che la scuola via facendo riesciva a dare, costituiva per quei tempi ciò che diremmo noi oggi un buon "programma di cultura generale," perché in esso erano riassunte e rappresentate davvero tutte le correnti fondamentali della cultura extrascolastica; e poiché queste correnti erano ancora poco numerose e poco vaste in confronto alla formidabile complessità del pensiero scientifico odierno, ne nasceva che la scuola era davvero enciclopedica, cioè dava agli alunni una informazione compendiosa di tutte le piu importanti conquiste del pensiero, senza riescire per questo né farraginosa, né faticosa, né opprimente. E per lo scopo, a cui doveva servire, cioè a preparar le classi superiori alle funzioni civili, militari, ecclesiastiche e alla vita di società, essa era perfettamente accomodata. Né gli esami erano proprio formidabili: chi voleva, per esempio, passare alla facoltà di teologia o di legge, dopo essere stato alla fine del "corso filosofico" dichiarato idoneo a "proseguire la carriera degli studi" dai professori di filosofia, di geometria e di matematica, non doveva dare che un esame d'ammissione in filosofia, sui precetti dell'arte rettorica e sulla intelligenza della lingua italiana e latina. E i metodi di interrogare e giudicare erano molto patriarcali: del famoso matematico francese Poinsot, per es., si racconta che nell'esame di ammissione alla Scuola politecnica creata dalla Convenzione, dopo aver dato prova del suo ingegno nell'aritmetica e nella geometria, interrogato nell'algebra, abbia risposto al maestro: "Cittadino, io non so l'algebra, ma vi prometto che la imparerò"; e fu dichiarato idoneo. O tempi avventurati !3 Ma ben presto nel secolo XIX i quadri della tradizionale "cultura generale" si ruppero da tutte le parti: le letterature nazionali, gli studi gresso nazionale della Federazione fra gl'insegnanti delle scuole medie, Cremona, settembre 1903, p. 43. 3 In Italia quest'ordinamento rimase quasi immutato, salvo che nel Lombardo-Veneto, fino al 1859. Si veda quanto scrive il DEL LUNGO,nella "Nuova Antologia,, del 16 novembre 1907 sulle scuole della sua gioventu: "La istituzione scolastica di quei tempi ci lasciava arrivare alle vacanze ancora in gambe per dell'altro cammino; o meglio, per qualche gita di piacere. Durante l'anno ci era stato ammannito latino di molto; poco e mal curato italiano; storia appena di nomi, e cosi la geografia; un pizzico di greco per chi lo voleva; filosofia in dose misurata (la studiai in un santo manoscritto di dottrina condillachiana, dettato in latino non senza garbo dal vecchio rettore del mio collegio); e infine un piccol catechismo di scienze esatte schematizzato su modestissimi programmi d'esame, che aprivano la via all'Università. La cosa, poi in fondo, che sola si studiava a buono, era il latino; e quello m'innamorava di molt'altro che latino non era. Mi ricordo che la Eneide, letta, tradotta a libri interi in prosa assai materiale, profanata in endecasillabi ritti per l'appunto, scomposta (temo anche) in prosa e ricomposta ne' suoi divini esametri, m'invogliò a leggere e compendiare quanti mai poemi potei procurarmi, o italiani o in versioni italiane, dagli omerici e ossianici al Camoens, al Milton, al Klopstock. Di scrittori italiani, de' quali si erano cominciate a compilare antologie scolastiche, e parevano sempre una novità, in nessuno giunsi a rilevare le virtu essenziali di nostra lingua... Tutto questo era lavorfo interno e spontaneo, rimuginamento del poco che aveva di sé impresso, ma in brevi profondi solchi, la scuola; effetto buono d'una causa inadeguata a produrne, come avrebbe dovuto, di maggiori; ma che di buoni ne produceva, e soprattutto ne produceva qualcuno: e ne produceva, perché aveva esercitato e comechessia addestrato, senza troppo affaticare, sia pure affaticando troppo poco, ma insomma non spossato, né esaurito, né infastidito, le forze dell'intelletto e del sentimento." Cfr. GABELLI, L'istruzione in Italia, cit., pp. 240-42. .379 BibliotecaGino Bianco
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