La riforma della scuola media privi dell'algebra e, quel che è peggio, imperiti nell'aritmetica. Lo stesso dicasi, e peggio, deUa cultura letteraria: essi non sanno per la massima parte esprimere con ordine e correzione le proprie idee, e cadono quasi ad ogni rigo nei piu grossolani strafalcioni di ortografia. Digiuni di geografia e di storia, mancano affatto di quelle cognizioni generali, che oggi possiede una ragazzina uscita dalla elementare scuola femminile. Frattanto nel triennio di Scuola tecnica quei poveri fanciulli hanno avuto, oltre ai summentovati insegnamenti, un corso elementare di scienze fisiche e naturali, nel quale naturalmente non hanno potuto attingere che nozioni inesatte, superficiali, confuse di un poco di cosmografia, di uno spizzico di fisica, di un briciolo di chimica, di mineralogia, di botanica, di zoologia. Ebbero inoltre un corso di diritti e doveri del cittadino, uno di computisteria, uno di disegno, uno di calligrafia. Orbene, la maggior parte di queste discipline e sovratutto le scienze naturali e la computisteria, richiedono a voler essere anco solo mediocremente apprese, un tempo che il giovinetto è costretto a furare alle ore di studio della matematica, della patria letteratura e della storia e geografia. È chiaro che se, invece di passare 4 ore e ½ per settimana nella lezione di contabilità, e 4 ore in quella di scienze naturali, oltre a quelle, naturalmente, piu lunghe, di studio a casa, il giovinetto del 3° anno di Scuola tecnica, il quale troverà poi quelle materie piu compiutamente e apoditticamente svolte nell'Istituto tecnico, potesse consacrare quel tempo preziosissimo alla geometria e all'algebra, nonché allo studio delle patrie lettere, lo scopo della sua educazione sarebbe infinitamente meglio raggiunto, e non si avrebbe cosf frequente quello sconcio di poveri presuntuosi ignoranti, pronti a disputare, in una lingua degna del limbo, de omnire scibili et de quibusdam aliis.13 Teoricamente sarebbe desiderabile - riconosceva la Commissione, venendo ai rimedi - che la scuola destinata a preparare i futuri alunni dell'Istituto fosse diversa e divisa da quella che tende a dare una istruzione professionale elementare. Nel fatto però una riforma di questa natura non sarebbe, a giudizio nostro, da consigliarsi oggi ~ 3 Dieci anni dopo il Senatore Boccardo, relatore della Commissione del 1870 e preside dell'Istituto tecnico di Genova, ritornava ad affermare con energia resa piu intensa dalla piu lunga esperienza, che la incapacità della Scuola tecnica a preparare buoni alunni all'Istituto "nasce dal doppio scopo a cui mira la scuola stessa; la quale ha riunito due intenti: l'uno piu generale, di bastare a se stessa, abilitando i giovani all'esercizio delle private industrie e dei ~inori uffici amministrativi; l'altro, piu particolare, di indirizzare i giovani agli studl di ordine p1u elevato nell'Istituto tecnico. Da ciò venne che né l'uno né l'altro siasi raggiunto. Non il primo, perché la mistura del secondo obbligò a dare una misura quantitativa di certe scienze come nelle matematiche, nelle lettere ecc., superiore allo str«tto necessario per fare un capo di bottega, od un impiegato d'ordine inferiore. Non si raggiunse il secondo, perché si è fatto qualitativamente un ingombro agli studi piu elevati, come a mo' d'esempio, nella computisteria, che innestata nella Scuola tecnica, non considera quella che si darà all'Istituto: ma era necessaria, perché bisognava che la Scuola tecnica preparasse i giovani al piccolo commercio. Nella Scuola tecnica fine a se stessa si dovevano dare svariate cognizioni pratiche, nella Scuola tecnica avviamento all'Istituto si dovevano educare, avvalorare, preparare le facoltà della mente. Non potendo raggiungere i due fini, si trovò una media proporzionale, la quale io non credo potesse dare una felice soluzione al problema. L'immistione della istruzione propria della classe popolare e di quella di avviamento agli studi superiori, non ha permesso alla Scuola tecnica d'avere, né il carattere di vera scuola professionale per gli uni, né quello di scuola preparatoria per gli altri fra' suoi alunni." E non altrimenti il Preside dell'Istituto tecnico di Roma diceva: "Io non mi so persuadere che in una stessa scuola si possano in alcun modo conciliare due fini tanto disparati, come lo sono la preparazione all'Istituto, che è tutto studio di cultura ed esercizio della mente, e la preparazione del giovane che lascia ogni studio per intraprendere un mestiere, o un piccolo commercio o un umile ufficio amministrativo, privato o pubblico. Per questo secondo fine è necessaria una ~erta serie di cognizioni naturali, grossolane se si vuole, ma non scarse, ed è necessario l'addestramento in alcuni processi del conteggio o di registrazioni che non banno nulla da fare col primo fine"· per la preparazione all'Istituto, invece, "il numero e la varietà dei _fatti appresi dai giovani' nelle scuole precedenti importano assa_i meno degli esercizi coi quah furono addestrati a distinguere a connettere, a parlare, a scrivere. Quando, per mezzo d~ questi esercizi o per una suffici~nte maturità d'anni questo . sv!luppo dell~ menti sia rag: g1u~to,. ,all'Istituto basta che i giovani siano fondati nelle operaz10_n1elem~nt~n del ca~c~l<?,nei fatti. p1u elementari e cospicui della storia e della geografia, e _siano avv1~u., entro hm1t1 non estesi, allo studio del disegno e della lingua francese." Bollettino del Mm1stero della P. I., 1880, pp. 1044 sgg. 311 BibliotecaGino Bianco
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