- 507 - siglio, di altérnare i magistrati, di n1etterlitra di essi alle prese, di provocare i dibattimenti, di accreditare i tribuni, di far circolare il soffio della democrazia in ogni instituzione civile. Invano si pretende di fermarlo a nome della concordia; parola che voi ben conoscete, e che proteggeva il Consiglio dei Dieci e l'oligarchia come l'unico mezzoper spegnere i dissidj e d'impedire le sedizioni.La libertà, risponde ,egli, implica discordia. Tebe deve la sua forza alle lotte di Pelopida e di Epaminonda, Atene la sua grandezza alla rivalità di Clistene e di Isagoi-a, di Nicia e di Cleone, di Temistocle e di Aristide, di Pericle e di Cimone, e la lotta era sì benefica che alla morte di Cimane, si innalzavaun altro cittadino, onde Pericle no·n procedesse nella via dei tiranni. In una parola, là discordia è l'anima del mondo, e se togliete la lotta degli elen1enti, tutto cade nella confusione del caos. Gli onestissimi sensi espressi dallo Sgualdostanno sul confine di un nuovo genere di politica a cui il Vida aveva adombrato nella sua pastorale del genere umano, e che trascorre colle utopie nei vuoti spazj del possibile. A questo genere più apertamente appartengono nel periodo della secondaScuola veneta, Giovanni Bonifazioe LodovicoZuccoli. Il primo approda coll'immaginazionein un' isola ~ell' Oceano pacifico, dove un capitano del re cattolicoscopre gli abitanti allo stato di natura. Non conoscevanoessi nè il Codice, nè le Pandette, non tenevano nè frati, nè monache, non adoravano nè papi, nè santi, solo gli uomini riverivano il sole, e le donne la luna, e senza darsi alcuna cura dell'indomani, mangiavano e bevevano;facendo notte e giorno ciò che volevano. ,
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==