I nervi a posto 1 Ci permettano i nostri lettori di ritornare per un momento a un tempo, che sembra ormai preistorico. Sutl'Unità del 26 febbraio 1915, discutendo le possibili vicende militari, a cui si sarebbe trovato esposto il nostro Paese intervenendo nella guerra europea, noi scnvevamo: La guerra, a cui l'Italia è chiamata, non sarà, no, una passeggiata militare; non sarà neanche il colpo di grazia, rapidissimo e facilissimo, mediante cui molti s'illudono di riportare, con poca spesa e con mediocre sforzo, una vittoria decisiva. L'Italia dovrà fare, rdativamente alle sue possibilità, uno sforzo non minore delle altre potenze, che si trovano nella prima linea del conflitto. Questo sforzo ci sarebbe imposto dall'Austria e dalla Germania, anche se noi c'illudessimo di poterci fermare comodamente dopo avere realizzate le nostre piccole rivendicazioni territoriali. La Germania, al primo sentore di un'azione dell'Italia, tenterà senza dubbio, come ha fatto per il teatro orientale e occidentale, di portare la guerra sul nostro territorio. Tenterà quasi certamente una rapida offensiva, una di quelle offensive, delle quali ha dimostrato di possedere la forza e il segreto, obbligandoci ad abbandonare la difesa di tutto il saliente 'del Veneto e del confine orientale. E bisogna essere preparati anche a qualche rottescio, e in tutti i casi a saèrifici lunghi e grandi. Queste previsioni è bene che sieno tenute presenti da tutti gl'italiani. Una guerra, in cui l'esercito italiano riportasse qualche vittoria, anche assai brillante, ma gli alleati dell'Italia andassero a rotoli, vellicherebbe il nostro amor proprio militare, ma ci condurrebbe a rovina. Una guerra, in cui l'Italia, sia pure perdendo per il momento qualche provincia o qualche battaglia, tenesse impegnato un milione di austro-tedeschi, e facilitasse cosi la vittoria finale dell'Intesa sugli altri scacchieri delle operazioni militari, meriterebbe senza dubbio di essere fatta. L'Italia non sarebbe una forza isolata: sarebbe elemento di un vasto e complesso sistema militare e diplomatico, nel quale gl'insuccessi parziali di un settore potrebbero essere condizione necessaria alla vittoria finale del sistema. Oggi, noi non abbiamo che da ripetere freddamente, risolutamente, quel che scrivevamo alla vigilia del nostro intervento nella guerra. Caso mai, dobbiamo riconoscere che ci eravamo errati, pensando che la Germania avrebbe tentato l'offensiva contro di noi al pri·mo sentore di una nostra azione: la Germania ha dovuto aspettare due anni e mezzo per assalirci; e ci trova in condizioni di efficienza militare infinitamente superiori a quelle della primavera del 1915; e piu che un'impresa di schiacciamento militare, tenta su di noi un ricatto politico: spera che, di fronte alla prima spinta, il nostro animo si riveli minore di quello del Belgio, della Francia, della Russia, della Serbia, della Romania. Spera che un'ondata di viltà ci travolga e ci induca a deporre le armi. Sul /ournal de Génève del 19 ottobre, alla vigilia dell'attuale offensiva, il colonnello Feyler ha spiegato che anche questa nuova serie di operazioni militari è imposta allo Stato maggiore tedesco da preoccupazioni politiche, piu che dalla speranza di un successo decisivo. 1 Da "L'Unità," VI, n. 44, 1° novembre 1917, a firma "L'Unità." Scritto all'indomani di Caporetto. [N.d.C.] 487 BiblotecaGino Bianco
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