~ (176 - con1n1ercioc, he aspira alla ricchezza, che si ordina per la pace, che coltiva le arti, che si dedica alle , scienze, alle lettere, sempre pronta a con1battere,ma sempre decisa ad anteporre la libertà alle armi, la sicurezza alle lotte, la neutralità alle conquiste; si astiene essa dalle battaglie fino dai tempi di Belisario e di Berengario, e anche quando il destro le si presenta d'in1padronirsi dell'impero d'Oriente, essa modera la propria fortuna e solo pensa al suo commercio. Coll'elogio della pace giunge il Paruta all'elogiodi Carlo V, che pone fine alle guerre ed alle rivoluzioni d'Italia, e che sbandisce dalle città nostre l'ambizione dei capi e il timore dei popoli, queste due uniche cause d'ogni passato dissesto. Nelle ultime pagine poi dei Discorsi si trova la conclusione definitiva che sarà libera e felice l'Italia quando imiterà la politica dei ,1eneziani, adottando il loro principio de1la neutralità. Voi sapete che essi fecero sempre da sè, _non furono mai nè Italiani, nè Bisantini, e se ne vantarono spesso; secondo il Paruta se la penisola intera itnitasse i~ grande esempio delle lagune a fronte delle altre nazioni, e se cessasse d'ascoltare il _ falso consiglio dei capi dell~ Chiesa, allora svanirebbero i mali di cui invano ora si lamenta. I pontefici, dice Io scrittore veneto, da LeoneX in poi, anzi da LeoneIII in poi hanno sempre praticata la tristissima politica che proponevasi di scacciare gli stranieri col mezzo degli stranieri. Leone III, per abbattere i Longobardi, invocava i Franchi; Leone X, per espellere gli Spagnuoli, chiamava i Francesi, poi nuovamentegli Spagnuoli per vincere i Francesi. Lo stesso di altri pontefici, e ClementeVII scontava poi
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