Giuseppe Ferrari - Corso sugli scrittori politici italiani

- 474: - non crede a questo sole, nega le idee, nega che il n1ondo sia la loro luce riflessa, si rifiuta di fare dell'uomo un Dio, e vedendolo schiavo dei sensi, straziato dai bisogni della vita, ora pauroso per ignoranza, ora coraggiosoper errore e nell'impossibilità di rischiararsi ùa sè , di riscattarsi senza un favore esterno concessogli dagli Dei, confida la Repubblica al ceto n1edio, ai benestanti, agli uomini abbastanza rassicurati contro i loro proprj bisogni per occuparsi dei bisogni degli altri, ai patrizj, ai quasi patrizj, eredi della fortuna, del potere e dell'ozio felice, nel quale nasce la curiosità della scienza e il disinteresse del-- l'azione. Il buon Paruta, preso d'a1nmirazioneper il sapiente di Platone, segue in realtà il ricco di Aristo-- ti1e e passa così i suoi verdi anni mettendo innu1nerevolistrafalcioni nella bocca dei yenerabili interlocutori de' suoi dialoghi. lVIadieci anni dopo pubblicata la r'it~ civile, egli riceve lo stan1podel BoLtero,e leggendo la Ragion di Stato intende che conviene internarsi più addentro r:1ei1nisteri delle lagune. Perchè l' inquisizione dei Tre, dei Dicci? Per qual n1otivoquesti cittadini inermi, questi arn1ati esteri? D' onde tanta prosperità a dispetto della giustizia che accusa i patrizj e solleva la plebe? Queste interrogazioni,bene o male chiarite, forzano lo scrittore veneto ad abbandonare il suo · vacuo platonismoed a scrivere i suoi" Discorsipolitici, sostenendo con nuovi argon1enti le tesi tradir.ionali dei panegiristi che chiamavanoVeneziala città felice, il modello dei governi. Questa volta egli s'impadronisce dell'assilnilazione classica già prodotta tra Venezia e Sparta, entrambi affidate ai grandi; le scioglie dai giri della fortuna

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