L'università libera - 1925 - Anno I - n. 5

142 J/UNIVERSITÀ LIBERA po spesso, i giorni neri in cui anche la speranza sembrava affievolirsi e spegnersi, specialmente quando all'indomani d'una sconfilta o d'un vasto disastro, ei restava solo, in qualche perduto villaggio svizzero od in un quartiere ancor più solitario della fredda Londra, solo con le sue memorie, non di rado con la miseria, senz'allra compagnia che la visione dei morli per la sua fede, abbandonalo e tradito da tanti ch'ei aveva educali ed in cui fidava. Pareva che allora il coraggio lo dovesse abbandonare; e la tragedia dell'anima sua, in quei momenti d'angoscia, s'intravede nelle lettere intime ai pochi amici rimasligli, specialmente in quelle alla nobile madre sua, la confortatrice e fiai1cheggiatrice coraggiosa, buona e intelligente, del suo apostolato. Ma dove ad altri sarebbe mancata la forza, egli ne riacquistava sempre cli nuova. I più combattono perchè han fede di vincere; egli combatteva. anche quando non vedeva barlume di luce, anche quando la vittoria gli s'allontanava innanzi agli occhi fino a sembrare impossibile. La forza ch'ei non poteva allora atlingere in una speranza che dileguava, ei ·1a ritrovava, forse anche più ferrea e 1·ovente, nel sentimento del dovere. Ecco perchè l'eterno vinto era instancabile ed invincibile. In esilio, spesso costretto a _restar nascosto anche dove tu lti potevano liberamente parlare, con un nuvolo di spie dei più diversi governi alle calcagna, insidiato, diffamato, misconosciuto talvolta anche dagli amici, egli non si arrestava. Nella sua intima coscienza del dovere, trovava la nuova forza necessaria per persistere, per resistere, per tornare all'attacco; per continuare con la penna, con la stampa ·pubblica o clandestina, con l'agitazione aperta o la cospirazione, quella ch'egli chiamava « la guerra santa» contro i tiranni paesani e stranieri della sua patria, contro i violatori del diritto e della giustizia su tutta la terra, contro tutto ciò che gli appariva inumano e menzognero. E allora, nella lotta, le ferite delle sconfitte, dei continui insuccessi passati, delle delusioni e dei tradimenti, si rimarginavano in lui. Dalla fierezza del compimento d'un sacro dovere presto rinascevano le speranze, che parevano poco prima dileguate per sempre. L'anima sua ritornava pii, serena e cli nuovo si riempiva cli fiducia - non solo della fiducia in quel Dio tutto suo, che nell'ardente sete di sovrumana ed assoluta giustizia si era creato, - ma allresi di fiducia nel Popolo, che la sua mente ed il suo cuore esaltavano, attribuendogli quasi le stesse virtù della divinità, in un entusiasmo che era il riflesso del suo grande amore. « Parlino il vero e non temano di fallire all'intento » - scriveva egli nello scorcio cli quel glorioso e triste 1849 per gli uomini del Piemonte, ma in sostanza per essere inteso da lutti gli italiani. - « Nel core del nostro popolo freme un istinto di patria, di libertà, di grandi cose, che non aspetta se non l'occasione

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