Gaetano Salvemini - Scritti vari (1900-1957)

Quattro documenti guerra per bande, se ai partigiani fosse mancata la solidarietà dei contadini, delle loro donnette, delle loro ragazze? Ecco una lettera di Livio che appartiene ai primi di luglio 1944: Ho sentito vagamente accennare da P[inella] che voi avreste intenzione di appiopparmi, a cose fatte, qualche bella carica coi fiocchi. Siete matti da legare, e non sapete quel che vi dite. A parte che i vostri progetti sono prematuri [ ... ] dovete fare i conti anche con me, penso, col principale interessato, cioè, il quale non ha la minima intenzione di seguirvi nei vostri pazzeschi progetti [ ...] . Io sarò sempre, s'intende, un militante nel Partito d'azione, e farò del mio meglio per il trionfo del nostro partito, ma come privato cittadino, non come homo pub/icus. Io ho un bisogno, direi fisico, di tornare a vita privata, e di riprendere la mia professione (che è quella che mi fa vivere: e sai anche che a me non dispiace vivere un po' bene): professione che è l'unica cosa cui mi senta preparato, e per cui abbia una certa vocazione, mentre per ogni altra attività, soprattutto per la politica attiva, sarei solo un parvenu [ ... ]. Oggi piu che mai il mio motto rimane fermamente lo stesso: "age rem tuam 11 [pp. 263-4]. E a Pinella: 11 a~osto 1944. - Chissà cosa sarà di noi! Stiamo andando certo verso la fine di questa 'avventura": ma troppo lentamente, con una lentezza esasperante, e in questo frattempo troppo facile è scivolare, e vedere tutto compromesso. Tanti compagni continuano a cadere [ ...]. Saremo noi tra i superstiti destinati a toccar l'altra riva? Io me l'auguro, s'intende: soprattutto per poterti ritrovare, e riprendere con te la nostra comunanza di vita, profonda e piena. Se torneremo, se ci ritroveremo, andremo avanti insieme [ ...]. Sei tagliata fuori da me, come io lo sono da te: e questa lontananza questo distacco prolungato pesa enormemente. Ma e'est la guerre; e non resta che inchinarsi (seppure col cuore stretto) davanti a questa necessità che del resto siamo stati noi stessi a provocare. Chiunque, infatti, può facilmente obiettare: tu /' as voulu [pp. 275-76]. Di documenti che possano essere paragonabili alle Lettere dei condannati a morte, al Si fa presto a dir fame di Caleffi, ai Venti mesi e a parecchie. lettere di Bianco, il movimento fascista non è riescito a produrre neanche uno. Eppure uomini di fede non dovettero mancarne fra coloro che combatterono per la Repubblica di Salò; e dove c'è fede, ivi dovrebbe esservi anche arte. Ma ci vuole anche ingegno. E dei fascisti si diceva che chi aveva fede non aveva ingegno, e chi aveva ingegno non aveva fede, senza contare quelli che non avevano né ingegno né fede. Probabilmente la assenza o di ingegno o di fede o di entrambi spiega la totale sterilità artistica della repubblica mussoliniana. Col libro Una lotta nel suo corso: lettere e documenti politici e militari della resistenza e della Hberazione, a cura di Sandro Contini e Licia Ragghianti Collobi, con prefazione di Ferruccio Parri (Neri Pozza, Venezia 1954, pp. XVI-373, lire 1800), siamo portati dal Piemonte nell'Italia centrale, e la resistenza sofferente e la resistenza combattente passano nello sfondo del quadro, mentre la resistenza politica tiene il primo piano. Abbiamo lettere e relazioni, che Carlo Ludovico Ragghianti, Riccardo Bauer, Ugo La Malfa, Emilio Lussu, Ferruccio Parri, Leo Valiani, Manlio Rossi Doria, Vincenzo Calace ed altri si ·scambiarono dal novembre 1943 al 353 Bibloteca Gino Bianco

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