Fra storia e politica che rubo io. Quasi che quella borghesia non gli abbia consentito per venti anni di fare tutto quello che voleva} e solo dopo i disastri insistenti di questa guerra sciagurata abbia cominciato a domandarsi dove quell'uomo la conduca. Nel giugno 1943 Falco va in licenza a Milano per dare alcuni esami al politecnico. Trova "molte novità.'' "Siamo in pieno materialismo, non il solito, quello pacchiano, ma un materialismo che si nasconde sotto le forme di pseudo-intellettualismo." "Non è il solito disfattismo: qualcosa c'è, e lo si respira nell'aria, lo si legge negli occhi alle persone." "Mentre noi si era alla guerra, hanno lavorato enormemente. Chi ha lavorato, non so." "Se io credessi che la propaganda nemica potesse tanto, direi che lo stato psicologico di oggi è il suo completo trionfo" (10 giugno, pp. 153-4). Eppure anche lui in fondo, è diventato disfattista, ed ha fatto del disfattismo nelle sue lettere, senza bisogno di propaganda nemica. La propaganda l'hanno fatta su di lui, come su tutti gli altri, i disastri continui di una guerra voluta da quel pastore, pianificata da quel pastore, comandata da uomini scelti da quel pastore. La resa di Pantelleria (Il giugno) non mette un argine al disfattismo suo e degli altri. Il compagno di scuola, diventato ormai "socialcomunista senza riserve," afferma che, a Milano, Falco fu informato da lui su "un movimento di unità proletaria a carattere repubblicano socialcomunista, un movimento nuovo che voleva rinvigorire il socialismo italiano invecchiato, restituire al comunismo italiano le premesse rivoluzionarie perdute [ ...] ; un movimento che riconosceva, come presupposto a una azione veramente rivoluzionaria, la necessità di fare con la propria testa, senza trapianti e senza rinunzie, di restituire la responsabilità a ciascuno in un abito di assoluta democrazia interna, di ricostituire il pagar di persona come premessa di ogni azione e metro di ogni riconoscimento; un movimento fermamente marxista nel campo economico e sociale, antiaccademico, anticonvenzionale, antiretorico in tutti i campi: movimento di vera unità proletaria, pronto a fondersi con tutti i partiti socialisti e comunisti d'Italia, i quali riconoscessero i principi affermati come inderogabili per la sistemazione italiana" (pp. 353-4). Insomma un movimento che prometteva tutto a tutti: una specie di insalata russa, nella quale ognuno poteva scegliere l'ingrediente che meglio gli convenisse. E Falco dichiarò che quelle idee "erano le stesse alle quali era arrivato meditando nelle lunghe giornate passate al fronte"; chiese incarichi, perché voleva subito intraprendere la sua parte d'azione, e gli incarichi gli furono dati (pp. 353-4). Si resta assai dubbiosi innanzi a questa testimonianza. Proprio in una lettera da Milano alla madre, 10 giugno 1943, Falco non dimostra nessuna propensione né per il comunismo né per il socialismo né per il liberalismo: "Tritumi di vecchi temi, astrazioni di incompetenti"; "utopie materialiste che non fanno del bene alla nazione, e all'umanità non diranno nulla." "Sono le solite bestie domestiche, che escono per la prima volta al pascolo; e, naturalmente, appena arriva una pastorella con una bacchettina in mano, 336 BiblotecaGino Bianco
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