Una traccia sul mare Un confronto fra l'atteggiamento degli italiani nella Prima e nella Seconda guerra mondiale lo condurrebbe a sospettare che fra quelle due guerre qualcosa è avvenuto che ha aggravato i difetti (innegabili) del popolo italiano, e ne ha atrofizzato le virtu, che pur si mescolano con quei difetti. E quel qualcosa è precisamente la dittatura fascista. Questa aveva promesso di mettere quel popolo indisciplinato sotto una gerarchia di eroi, e non ha saputo costruire che una gerarchia militare e civile, coi piu porci, i piu ladri e i piu inetti, che si trovassero in quel popolo: una gerarchia che per venti anni è stata governata dalla legge della selezione a rovescio, e oggi dà i soli risultati che una gerarchia siffatta potrebbe dare. Falco certamente ha sentito chi sa quante volte parlare della disfatta di Caporetto la quale avrebbe messo a nudo la porcaggine in cui affogava l'Italia prima che arrivasse il redentore. Nessuno gli ha spiegato che quella disfatta arrivò nel 1917, dopo due anni e mezzo di una guerra terribile, mentre la Caporetto in cui la Francia perdette tutte le province del nordest ebbe luogo subito, nell'estate del 1914, e l'Austria passò da una Caporetto all'altra per mesi e mesi nel 1914, prima di riaversi, puntellata dai tedeschi, e la Caporetto della Russia nel maggio 1915 rimase senza rimedio. Meno che mai gli hanno spiegato che il popolo italiano, con tutti i suoi difetti, nell'anno succeduto alla sua Caporetto, dimostrò, nella sua immensa maggioranza, una concordia attiva, che rese quell'anno uno dei piu belli nella storia d'Italia. Probabilmente non gli hanno mai detto che quel popolo, nove mesi dopo la disfatta di Caporetto, vinse la battaglia del Piave, come non è mai avvenuto per nessuna delle battaglie che ha combattuto in questa guerra, sotto gli auspici del duce invitto e invincibile. Procedendo nella diagnosi del disastro, in cui si sente oramai travolto, Falco sarebbe probabilmente preso dal dubbio che la libertà prefascista (li-: bertà, squinternata, pelandrona, dissipatrice di forze, che avrebbero dovuto essere meglio tesaurizzate) era, in fondo, preferibile, dati i suoi risultati, alla libertà-non libertà di Giovanni Gentile e di Mussolini, nella quale la individualità si è affogata a servizio di gerarchi, i quali non si possono mandar via, perché sono tutti infallibili, come il duce infallibile, che li ha designati. La libertà prefascista (con rispetto parlando) obbligava a lavare in piazza tutti i panni di casa, e quando quei panni erano sporchi, si vedeva bene che erano sporchi; e allora c'era sempre qualche "pazzo malinconico," come lo chiamava Francesco De Sanctis, che gridava e ripeteva, fino a rompere i timpani, che quei panni andavano lavati, e qualcuno in realtà veniva lavato. Inoltre le gerarchie pr.efasciste erano tenute in uno stato di fluidità e rinnovamento continuo dalla critica di chi aspirava a cacciare i vecchi e prendere il loro posto. Il popolo era quello che era, e dava le gerarchie che poteva. Ma non consisteva tutto in ladri e porci. E persone che non erano né ladre né porche penetravano nelle gerarchie governanti, e ottenevano un certo consenso (libero consenso) fra chi nel paese non era né ladro né porco, e nel momento necessario mettevano le spalle sotto 331 Bibloteca Gino Bianco
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