Gaetano Salvemini - Scritti vari (1900-1957)

Fra storia e politica americani e inglesi sbarcano nell'Algeria. Nell'inverno 1943 sfacelo definitivo della spedizione italiana mandata delittuosamente in Russia. A fine gennaio 1943, Falco è in Slovenia, a fare la guerra, come sottotenente di artiglieria, contro i "ribelli." Ci va "con entusiasmo" (p. 336). [Ma] fino dal primo giorno scrive in alcuni appunti frammentari - avevo l'esatta sensazione che quei reparti non andassero [ ...]. Non ho visto un ufficiale presenziare all'istruzione dei propri uomini, al loro controllo. Si marciava in colonna, e durante le soste mi capitava di vedere dieci o dodici fucili mitragliatori affastellati in un punto, e i relativi portamunizioni erano lontani anche cinquanta metri, e quando domandavo dove fosse la loro arma, mi rispondevano che non lo sapevano. E gli ufficiali? Mah! era la risposta [ ...] . La colonna che marciava era un caos completo. In mezzo ai nostri ranghi passeggiavano camicie nere, e fanti di due battaglioni, di due reggimenti. È il caso di dire che chi ne capisce qualcosa è bravo. I sottufficiali non esistono, la disciplina non c'è. Penso: se ci attaccano fanno una ecatombe [pp. 100-1]. Il 27 gennaio sera, arriva a destinazione. Vi si trova bene: i reparti sono formati da veneti e romagnoli, ed ha un collega triestino, piu anziano, che lo inizia alla vita di batteria, "molto diversa da quella di caserma." Il 29 mattina è mandato senz'altro allo sbaraglio. "Sono state giornate molto dure," scrive al padre, "ne riparleremo a quattr'occhi quando ci rivedremo" (pp. 178-9). Ma nel suo diario è piu esplicito: "Gli uomini erano dominati dal terrore. Li vedevo carname, che altro non erano, e i ribelli con pochi moschetti ne facevano bersaglio come se fossero lepri o meglio conigli [...] . Era il terzo giorno che non mangiavo. Dalla mattina non avevano fatto che dire che ancora mezz'ora e sarebbero arrivati. Mezz'ora, e poi ancora mezz'ora, non finiva mai! Gli uomini chiedevano: signor tenente, munizioni, abbiamo ancora quattro caricatori. Non sprecateli, rispondevo, teneteli... Parevano bambini con la febbre, ed era invece la fame, era invece la sete orribile che quel poco di neve che avevano mangiato, aveva fatto venire loro. 'Signor tenente, quando vengono?' Vennero sul far della sera" (pp. 97-8). Falco fa la guerra a un popolo che si difende disperatamente contro stranieri occupatori della sua terra. Il linguaggio ufficiale li chiama "ribelli": chi non vuol saperne di affogare la sua libertà nella non-libertà fascista, italiano o slavo che sia, è un "ribelle," e Falco anche lui li chiama ribelli. Cresciuto fra Grado, Gorizia e Trieste, in un territorio di frontiera arroventato dagli odi fra italiani e slavi, è certamente di sentimenti slavofobi (sebbene, cosa strana, fino al 1943 quei sentimenti non compaiano mai né nei diari né nelle lettere). Vede un daino, che emerge dall' ombra di un bosco. Una scarica lo fa sparire. Falco scatta indignato. Il soldato che ha sparato, gli dice: "Tenente, se fosse stato un ribelle, non ve la sareste mica presa cosf, eppure un ribelle è un uomo." Falco gli dice di star zitto, e rincorrendo con la fantasia le pallottole, pensa di incontrare la morte (22 febbraio 1943, p. 265): la morte di un daino, di un ribelle, di un uomo? 330 Bibloteca Gino Bianco

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