Fra storia e politica <la uno stuolo incredibilmente numeroso di spioni e di scocciatori, i quali, con grande sussiego sempre ma con serietà e competenza di rado, andavano conversando con tutte le personalità del momento, con lo scopo evidente di fare rapporti. In America devono essere arrivati dei bastimenti pieni, di questi rapporti, e in ciascuno di essi se ne dicono certamente di tutti i colori. Ma questo poco importa. Mi importa contestare al Salvemini il diritto di dire, se vuole essere obiettivo, che la politica da me seguita a Napoli nel 1944 e che rese possibie la formazione del famoso governo Badoglio dell'aprile di quell'anno, sia stata una "resa a discrezione nella sfera di influenza inglese." Probabilmente al Salvemini manca la documentazione storica, oppure, se la possiede, egli la trascura. Se cosf non fosse, dovrebbe sapere che la politica da me seguita a Napoli allora non fu niente altro che l'applicazione concreta di una linea tracciata e battuta dal Partito comunista italiano, nel confronto dei gruppi monarchici, molto tempo prima del 1944. Sin dall'inizio della Seconda guerra mondiale noi dicemmo, rivolti ai gruppi monarchici e a tutti gli italiani, che le minacce che la politica di guerra del fascismo faceva gravare sull'Italia erano cosf serie che eravamo disposti a mettere temporaneamente da parte il problema monarchico allo scopo di poter costituire un piu largo fronte contro il fascismo. In questo senso venne condotta la nostra agitazione tanto in Italia, dai nostri gruppi clandestini, quanto in Francia, e persino in America. Per essere ancora piu precisi, noi dicevamo chiaramente che avremmo appoggiato anche un movi- · mento monarchico il quale, eliminando a tempo Mussolini dal potere, evitasse l'entrata in guerra dell'Italia oppure, dopo il giugno del 1940, facesse uscire l'Italia dalla guerra in cui era già entrata. Ripeto, questa fu la nostra posizione sin dal 1939. Di essa esistono documenti scritti e stampati. Di essa avrebbe dovuto essere informato anche il Salvemini, se avesse seguito certe polemiche! che si ebbero in America, ben prima del 1944, tra noi, che sostenevamo la opportunità di estendere il blocco antifascista anche ai monarchici, e coloro che respingevano questa nostra posizione e irridevano ad essa. Nel marzo 1944, tornato in Italia, non feci altro che applicare logicamente e con coraggio questa politica alla situazione che trovai, e che tutti conoscono. È vero che c'era ormai stato il 25 luglio e l'Italia era stata sconfitta, ma la situazione era tale che si presentava piu che mai necessario creare il! blocco politico nazionale piu largo possibile, affinché il Paese potesse fare i primi passi in avanti. Non riesco a capire perché l'applicazione di una politica precedentemente annunciata e giustificata davanti a tutti, debba o possa essere chiamata "capitolazione". E non riesco nemmeno a capire come potessero attendersi da noi una politica diversa coloro i quali avessero seguito con un po' di attenzione la nostra agitazione degli anni precedenti. Fu giusto o sbagliato far quello che noi comunisti allora facemmo? Giudicheranno gli storici. Gaetano Salvemini, giudicando in questo caso non da storico ma da politico, mi sembra, mancato, sembra dolersi che la nostra iniziativa, coincidendo con le attività dei liberali napoletani (De Nicola, ecc.), facesse fallire non so quale azione che in America sarebbe stata condotta per convincere il governo di quel paese che la monarchia d'Italia doveva essere buttata a mare. Curiosa posizione! La liberazione degli italiani dalla monarchia avrebbe dovuto essere il risultato, non di un'azione qualsiasi o di un voto del Paese, ma del fatto che ignoti personaggi fossero riusciti a persuadere il signor Roosevelt, o il signor Cordell Hull, o non so quale funzionario del Dipartimento di Stato. Vi era qualcosa di umiliante, per noi italiani, in questo modo di considerare le cose. Vi era una totale mancanza di fiducia nel popolo e nella sua capacità di risorgere. Questo spiega, del resto, perché, nel triste, doloroso periodo del 1944, a noi che eravamo qui in Italia e vedevamo quanto duro si presentasse il cammino della rinascita nazionale, dagli italiani emigrati e residenti negli Stati Uniti, come il Salvemini, non giungessero mai parole che non suonassero incomprensione, irrisione, persino insulto. In realtà, io non esito a riaffermare quanto ho già detto pareccbie volte, senza che alcuno mi abbia smentito mai. Nel breve periodo della sua esistenza, il governo di Salerno presieduto dal Badoglio ebbe verso i comandanti anglo-americani una posizione di dignità e fermezza di gran lunga migliore di quella che ebbero i governi successivi~ e mi riferisco tanto alle questioni militari (partecipazione di forze italiane alla guerra), quanto a quelle economiche e sociali (aumento dei salari), quanto a quelle politiche 318 . BiblotecaGino Bianco
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