Recensione di "Roma nazista" di E. Dollmann scettici e amanti della pace." E finalmente, come Dio vuole, arnv1amo a Falstaff, che sarebbe Maelzer. Il nuovo re di Roma, come gli piaceva sentirsi chiamare, regnò nella città umiliata dall'ottobre '43 al giugno '44, e le sue nozioni storiche erano troppo rudimentali per comprendere lo scherno sanguinoso contenuto nel raffronto col figlio di Bonaparte, l'Aiglon, cosi provato dal destino. Assai piu vicina all'intelletto del generale tedesco trasformatosi a Roma in uomo di mondo, era un'altra figura non meno nota, anzi sembra impossibile che il poeta inglese nel concepire il suo Falstaff non avesse avuto presente Maelzer. E cosf via per quattro eterne pagine che vorrebbero essere divertenti ma sembrano scritte dall'Atta Troll di Heine. S'intende che dopo essere sopravvissuti a tanta belletteristica, bisogna tener presente che il racconto viene da un uomo, il quale viveva nelle alte sfere naziste e fasciste, e perciò vedeva gli uomini da balconi troppo alti per sapere quel che i poveri diavoli come voi e me realmente pensavano. Un esempio. Il Dollmann dedica otto pagine asfissianti e cosparse con spirito di patate al viaggio fatto nel settembre 1941 da Mussolini, per andare a visitare i soldati italiani che - non desiderati - erano stati mandati a combattere contro la Russia. Mussolini arriva, in automobile, conversando con Hitler. La risposta di Mussolini si perdette nei clamori, che in quell'istante, all'uscita di una curva, si levarono da ogni parte. Eccoli, finalmente, i soldati da lui mandati in Russia [ ...] . Davanti al loro orgoglioso Cesare che se ne stava in piedi nella Mercedes, sfilavano reparti motorizzati, bersaglieri su rumorose motociclette e con le penne svolazzanti sugli elmi, e l'immota pianura ucraina semplice e scintillante senti per la prima volta echeggiare il grido di piazza Venezia: "duce, duce I" [p. 434]. Ben diverso quell'episodio, nel racconto fatto a me, a Boston, nel dicembre 1944, da un ufficiale di carriera, - testimonianza, dunque, non sospettà - che aveva fatto la campagna in Russia, e poi era stato fatto prigioniero nell'Africa settentrionale, racconto da me pubblicato su L'Italia libera di New York, 1° gennaio 1945. 2 Nel luglio 1941 ci mandarono in Russia. Eravamo tre divisioni che si diceva fossero motorizzate. Ma vi erano trasporti per una sola divisione. Si rimediò trasportando le divisioni l'una dopo l'altra da una tappa all'altra. Mentre una viaggiava, le altre due aspettavano a piedi. Cosi arrivammo in Romania. Qui la divisione Pasubio procedette sui camion, mentre le altre due aspettarono. I ·camion non si videro piu. I tedeschi se ne erano impadroniti. Dovemmo marciare a piedi collo zaino in spalla. Il 2 agosto, di piena estate, nella terribile pianura rumena, cominciò la marcia. Raggiungemmo la frontiera russa il 24 agosto. Non ricevevamo posta. Nessuno pensava alle vettovaglie. Dovemmo vivere sulle risorse locali. I contadini, fortunatamente, credevano alla carta moneta con cui li pagavamo, e nòn ci crearono troppe difficoltà. Alla frontiera romeno-russa sul Dnieper rivedemmo finalmente i camion. Respirammo. Finalmente era cessata quella orribile marcia nel caldo e nella polvere. Ci misero sui camion e facemmo cosi 150 chilometri. Il 26 agosto mattina ci ordinarono di spolverarci, sbar2 Sotto il titolo Responsabilità. [N.d.C.] BiblotecaGino Bianco
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