Recensione di "Roma nazista" di E. Dollmann Lossow quel che avveniva in quei comizi? Sembrerebbe di sL Altrimenti, Lossow non avrebbe desiderato che li frequentasse. Alla tenera età di ventidue anni, era dunque... informatore! Nel 1927 emigrò dalla Germania in Italia, avendo intravveduto - dice lui - "la piega degli avvenimenti" (p. 10). E rimase in Italia dal '27 al '37, studiando - dice lui - a Napoli, a Parma, a Modena, a Roma (p. 13). Studiava per conto proprio, o "per desiderio" di qualcuno? Nel 1937 Dollmann accompagnò come interprete in Germania una frotta di mille balilli condotti dal famigerato Renzo Ricci. Senza aspettarselo, fu chiamato a tradurre a quei balilli il discorso di Hitler. Che cosa poteva fare il pover'uomo? Rifiutarsi? "Non mi parve di dovere arrischiare l'internamento a Dachau" (p. 84). Evvia! Se avevano pescato lui come accompagnatore dei mille balilli, e perché facesse da interprete a Hitler, dovevano ben sapere in Italia e in Germania che in lui una stoffa da Dachau non c'era. E lui doveva saperlo meglio di tutti! La traduzione della concione hitleriana andò bene. Himmler - non aveva costui mai sentito nominare Dollmann? - gli disse: "Arrivederci a Roma." A Roma la mattina del 28 ottobre 1937 il nostro amico fu invitato dal direttore generale della Polizia italiana, Bocchini, a una colazione in onore di Himmler. E da allora in poi ecco diventato Dollmann "interprete in Italia per alte personalità del terzo Reich." Nessuna attività e nessun compito di polizia, a prescindere da contatti di carattere personale e sociale con Bocchini; coltivare e sviluppare le relazioni di Himmler e [del generale] Wolff col loro ambiente italiano, mantenere rapporti culturali con istituti tedeschi e con le due ambasciate di Germania a Roma? Oltre a queste funzioni, non ebbe proprio "nessuna attività e nessun compito di polizia?" Non informò mai né Bocchini né Wolff, neanche in semplici "contatti di carattere personale e sociale," su quanto veniva a vedere, a udire, a sapere? Fi~o dal 1923 Lossow aveva fatto conoscere a Dollmann che Hitler era un "mostro" (p. 1 O). Eppure Dollmann servf quel mostro. Che cosa poteva fare - egli ci domanda - un "figlio di buona famiglia? " Non era perseguitato per motivi razziali, e quindi non aveva nessuna giustificazione morale e umana per espatriarsi. Non aveva "un gran nome," e quindi avrebbe potuto in America, "al massimo aspirare a lavar piatti in qualche albergo di second'ordine, senza che questo bastasse per impedire l'ascesa di Hitler al potere o provocarne la caduta" (pp. 10-11). Avesse potuto sperare in America una fortuna superiore a quella d'un lavapiatti, avrebbe Dollmann trovato la giustificazione morale per espatriare anche senza essere ebreo, e anche se con questo non fosse stata disturbata in niente la carriera di Hitler? Il motivo per non espatriare fu, dunque, solamente quello di non finire lavapiatti? Molti, che non avevano un nome piu grande che quello di Dollmarin, evasero dai paesi totalitari senza domandarsi se avrebbero trovato nidi bene ovattati fuori della patria. Eppoj Dollmann aveva già emigrato dalla 313 BiblotecaGino Bianco
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