LUIGI DAL P.\NE cooperazione porta l'intera massa dei profitti ad accrescimento del fondo salari. Ed è questo un risultato considerevole, a fronte del quale l'innegabile incapacità della cooperazione a creare delle nuove categorie economiche ha appena il valore sottordinato di un addobbo accademico» (9). Il Loria, che è uno degli economisti più seguiti e più discussi del tempo suo, ha il merito di aver dato notevole importanza alla morfologia sociale e di averla posta a base del suo trattato di economia. A tale morfologia si ispira anche Arturo Labriola (1873-1959), che mette in rapporto la cooperazione con i tipi di organizzazione economica nei quali si inserisce. Riportiamo le pagine che illustrano il suo pensiero. « Nei vari tipi del processo tecnico fondato sul mestiere, il piano (9) Cfr. A. LoRlA, L'evoluzione mentale di Maffeo Pantaleoni, in « Giornale degli Economisti e Rivista di Statistica», marzo 1925, p. 108. Cfr. anche dello stesso: Corso di Economia politica, Torino, UTET, 1945, p. 169 ss. Al Loria, al Lorenzoni, al Valenti e al Montemartini (G. MoNTEMARTINl, La cooperazione di classe, in « Giornale degli economisti», gennaio 1903) si riannoda Salvatore Veca nel suo libro: La teoria economica della cooperazione {Napoli, Pierro, 1907). Dal primo toglie la prospettiva sociologica, dal secondo e dal quarto l'idea della cooperazione come organizzazione di classe. La coope- . razione è, per il Veca, « un fenomeno di classe, che assume la forma concreta di organizzazione economica, cioè di organizzazione di una data classe con intento ·economico, vale a dire a scopo di difesa e di offesa, fondandosi esclusivamente sul tornaconto e sulla legge del minimo mezzo, sia dal punto di vista individuale che collettivo ». · « Una copper'"ativa di produzione tipo - aggiunge il Veca - annulla l'attuale distribuzione delle ricchezze ed è l'esatto riscontro con carattere collettivo dell'impresa in cui il lavoratore sia al tempo stesso proprietario, capitalista e imprenditore ». Essa quindi non rientra negli schemi capitalistici della distribuzione della ricchezza. Ma in pratica le cose procedono diversamente, perchè le cooperative esistenti in regime capitalistico non corrispondono al tipo ideale puro. Esse quindi non obbediscono a principi autonomi. Per quanto si riferisce alle cooperative di consumo, il Veca sostiene che esse non mutano le categorie economiche fondamentali della circolazione delle ricchezze nella economia odierna, ma che rispetto all'agente principale di essa, cioè il commercio o lo sopprimono addirittura e quindi operano una alterazione qualitativa o lo limitano e quindi operano una alterazione quantitativa. « Le cooperative di consumo, che esercitano la produzione diretta alterano qualitativamente, riguardo alle merci prodotte direttamente, la circolazione delle ricchezze o, meglio, la sopprimono».
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