Nullo Baldini nella storia della cooperazione

LUIGI DAL PANE zione, tanto più elevato è il profitto dell'imprenditore. La questione sociale, dice benissimo lo Scheel, non sta nell'altezza del salario, ma nella esclusione dei lavoratori dal soprappiù del prodotto oltre 1~ spesa del salario. In una parola, il salario, compenso preventivo del lavoro, esclude il lavoratore dalla partecipazione al valore del prodotto dell'industria, impedisce ad esso di esercitare qualsiasi influenza sulla ripartizione di tale prodotto, e pone necessariamente in antagonismo l'interesse del salariato coll'interesse di coloro fra cui da ultimo tale ripartizione avviene. Ed in questo antagonismo di interessi, quale è quello che prevale? È vero che i lavoratori, nella concorrenza e nella discussione del prezzo della « merce-lavoro >l, abbiano necessariamente la peggio? Gli economisti ortodossi dicono di no: secondo loro la concorrenza fa avere necessariamente al lavoratore ciò che gli spetta pel suo iavoro: il salario si mette necessariamente al suo giusto livello, poichè, se più basso, è alzato dalla concorrenza degli imprenditOI:i,e, se più alto, è abbassato da quella degli operai. Nel primo caso gli imprenditori, facendosi concorrenza, od abbassano i prezzi delle merci (e così i lavoratori ne profittano come consumatori), od aumentano la produzione, ciò che si risolve in una maggior domanda di lavoro e quindi in aumento di salario. Nel secondo caso l'offerta di lavoro aumenta, i lavoratori si fan concorrenza fra loro, ed i loro salari ribassano. Tale fenomeno avviene non solo in ogni singolo luogo, ma nei diversi luoghi, fra i quali vi è compensazione, cosicchè si stabilisce un generale ed armonico equilibrio. .. Ma . anche prescindendo dalla osservazione, che pure non sarebbe fuori di luogo, che cioè in questo modo si determina semplicemente il prezzo della «merce-lavoro», come tale, perchè esiste un or,dinamento che appunto ha trasformato il lavoro in una « merce »; ma che ciò non fa che spiegare un fatto, e non ne dimostra la legittimità e la giustizia, chè il lavoro sostanzialmente è un « fattore » della produzione, e dovrebbe essere retribuito con quella quota di valore che egli ha contribuito a produrre; anche lasciando a parte una tale osservazione, si può efficacemente contestare che un tale processo armonico corrisponda alla realtà delle cose.

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