IJ EMILIO NAZZANI. Il discorso, che abbiamo fatto fin qui, era necessario per comprendere i var1 atteggiamenti degli economisti italiani nei confronti della cooperazione. Abbiamo detto che la questione è collegata a quella dell'intervento statale, che rappresenta un punto nodale della polemica nel periodo post-unitario. Tuttavia finchè la cooperazione era mantenuta negli schemi dell'economia di mercato e non si chiedevano per le cooperative privilegi ed aiuti statali, non c'era una ragione eviden~e per darle l'ostracismo dall'economia di mercato. Si può quindi compr.endere l'atteggiamento favorevole, o almeno moderato, di alcuni economisti che si occuparono del problema senza discostarsi dai dogmi classici. Più decise si mostrarono le simpatie da parte della nuova scuola economica, che faceva capo al gruppo dei lombardo-veneti. Nel campo liberale e moderato poi c'eran quelli che intendevano il liberalismo alla maniera dell'Einaudi, cioè come unione inscindibile di libertà economica e dì libertà politica, ma c'erano anche quelli, che vedevano la libertà come un mezzo e pertanto la ritenevano, alla maniera del Croce, capace di conciliarsi -con sistemi economici meno rigorosi di q~dtr propugnati dai classici. Vogliamo meglio chiarire i nostri rilievi con alcuni esempi concreti, esaminando le opere del Nazzani, del Luzzatti e del Rabbeno. Facciamo perciò qualche passo indietro. L'unificazione nazionale e il trionfo delle idee liberali crearono un ambiente propizio al diffondersi delle indagini economiche e alla volgarizzazione dei princip1 della scienza. I governi della Restaurazione, contrariamente a quanto era accaduto nell'Italia settecentesca (1), avevano guardato con sospetto (1) L. CossA, Saggi di economia politica, Milano, U. Hoepli, 1878. Cfr.
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