LUIGl DAL P.-\NE varie scuole. Ma in effetto l'assunto principale riguarda queste ultime. Sono esse che costituiscono il corpo della scienza pura, in quanto mirano alla conoscenza e a null'altro, in quanto costruiscono i mod~lli teorici validi per la comprensione dei fatti. C'è stato un tempo, quello degli esordi e della prima formazione, in cui sotto il nome di economia politica si comprendevano indagini di diversa natura e di diverso contenuto: regole di condotta, descrizione di fatti, ricerca di leggi empiriche, elaborazione di principì astratti. Ciò contribuiva a generare notevoli confusioni. Una di queste va subito sottolineata, il miscuglio fra conoscere e fare, fra teoria pura e politica economica. Gli uomini, che non hanno familiarità con l'indagine scientifica, sono particolarmente inclini a tali miscele, il cui abbandono può essere soltanto il portato di un alto grado di elaborazione concettuale e di autocoscienza critica. Essi contrappongono in genere l'azione, intesa nel suo senso materiale, alle id~e, ai libri, alle ideologie, ai discorsi insomma sopra le azioni stesse, sia che tendano a produrle, sia che si volgano a descriverle e a interpretarle. Ma non si ?Ccorgono che anche in questo settore molta parte riguarda la vita e non il pensiero, che tale vita si propone di interpretare. La confusione fra conoscere e / are è spesso un frutto delle condizioni storiche, in quanto avvalora ed esalta i sentimenti, le posizioni, le credenze e le fedi. Anche l'economia politica ne fu tutt'altro che immune ai suoi esordi. Essa ebbe per molti la funzìone di uno strumento rivoluzionario contro la società del feudo, delle corporazioni, dei privilegi, di forme più antiquate di economia. S'impose come segnacçlo di libertà, tanto che per un pezzo si credette che scienza econemica e liberismo fossero una cosa sola, che l'economia politica sia stata sempre la scienza della libertà individuale (2). Ma gli economisti, che credevano di aver scoperto delle leggi universali valide per qualsiasi luogo e per qualsiasi tempo, s'ingannavano e la critica che aveva accompagnato fin dal suo sorgere il sistema che siamo abituati a chiamare classico, venne contrapponendo al punto di vista universalistico il punto di vista relativistico. Il contrasto giunse in certi studiosi a tal segno da far dubitare della possibilità medesima (2) Cito, ad esempio, P. RoTA, La cooperazione, Milano, Presso la Società per la pubblicazione degli Annali Universali delle Scienze e dell'Industria, 1868.
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