LA VITA POLITICA E SOCIALE A RAVENNA soluzione dei problemi dei lavoratori delle campagne, allora avrebbero dovuto, come si suol dire, fare i conti col movimento socialistico, subendo tutte le conseguenze del caso. Cioè, in un modo o nell'altro, per il loro interclassismo, i repubblicani avrebbero incontrato sul loro cammino delle forze politiche disposte ad ìnserirli all'interno del loro schieramento; anche perchè l'impegno richies!o dal programma della Lega della Democrazia, che in Romagna però venne realizzato con dubbie adesioni e molti « distinguo », non poteva non portarli ad affrontare questi problemi. Ma a Ravenna, come s'è detto, l'operazione progressista verso il repubbìicanesimo fallì in pieno per la successiva svolta dei progressisti verso i moderati. La presenza in città di un movimento socialista abbastanza agguerrito, l'avvicinamento in campo nazionale della Destra al Depretis, il marciare affiancati dei repubblicani coi socialisti, in determinate circostanze, piuttosto che con l'ala sinistra del movimento liberale, il successo elettorale dei due partiti nelle politiche del 29 ottobre 1882 contribuirono a determinare il crollo delle forze progressiste locali le quali, come primo atto, nel dicembre di quell'anno abbandonarono in massa l'amministrazione comunale, rinunciando « per stanchezza e sfiducia » al loro mandato che invece avrebbero potuto esercitare, come annotò il moderato Achille Rasponi, con sufficiente tranquillità. Poi si allearono coi moderati quando si trattò di porre la candidatura di Pasolini, contro il repubblicano Venturini, per conquistare il seggio lasciato libero dal Bertani, il quale aveva optato per Milano. I socialisti scrissero, forse giustamente, che le dimissioni significavano un rilancio del gruppo liberal-moderato perchè, chiusa la parentesi dell'amministrazione del Commissario straordinario, le nuove elezioni avrebbero mandato in Comune sessanta e non più quaranta consiglieri, in rapporto all'accresciuta popolazione. Questo fatto avrebbe comportato una selezione negli elettori, poichè gli ammessi al voto avrebbero dovuto essere contribuenti per un minimo di lire 25 annue e non più 20, come in precedenza. Cioè, l'elettorato si sarebbe ristretto ad un certo numero di persone facoltose sul cui voto i moderati e i conservatori avrebbero potuto contare (4). (4) « Il Sole dell'Avvenire», 9-10 dicembre 1882.
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