PROFLLO DI NULLO BALDINI 121 La realtà è che, come abbiamo detto, la violenza fascista agognava ad assalire e conquistare quello che nel suo gergo di guerra definiva « il trincerone», difficile da prendersi per un concorso di circostanze particolari. A Ravenna esisteva un forte movimento operaio in discreti rapporti con i proprietari, e dedito ad opere di ricostruzione e di innegabile utilità sociale; c'era « l'esercito proletario» di Nullo, un esercito armato di vanghe e non di bombe, di zappe lucide di lavoro e non di pugnali; un esercito di braccianti che andavano alla bonifica con il badile ad armacollo e rimorchiando la carriola dietro la bicicletta o portando la carriola sulla schiena a guisa di zaino. « Il vostro lavoro», scriveva la «Giustizia» rivolta ai fascisti, « bolla del segno di Vandali la vostra asserita bandiera di italianità. Voi seminate il sale sulle rovine, eppure il Socialismo vincerà, eppure quei lavoratori che han costruito in tanti anni di lavoro rimarranno saldi alla loro fede cementata di sacrifici, eppure l'idea insopprimibile resterà e rifiorirà in fronde e in frutti di opere, e di voi, tra alcuni anni, si additeranno i segni del passaggio e delle rovine come i ricordi di un transito di Visigoti. La civiltà finisce sempre per aver ragione della barbarie » (31). Gino Baldesi scriveva da Roma: « Ed il nostro animo rattristato corre vicino alla grande figura dell'uomo infinitamente buono ed onesto che ha voluto rimanere nella casa "sua" e dei suoi compagni, minacciata dalle orde nemiche, fino all'ultimo: Nullo Baldini. Oh! mio buon Baldini, come ti vedo alla tua scrivania tutto solo con chi ti ama, volutamente solo - come la passata volta che si minacciò l'incendio - ad attendere gli assassini, gli incendiarii, i violatori del sacro domicilio altrui! E mi richiama alla mente - questo tuo atto che vale cento delle medaglie che sfavillano su tante giubbe - l'altra tragica sera della occupazione delle fabbriche, allorchè ci venne richiesto di lanciare il proletariato in una pazza avventura di distruzione e di sangue; e vedo davanti agli occhi miei le tue grosse lacrime che ti scendevano sulle gote quando che la vita ci poteva domandare chi voleva portare alla rovina il proletariato ed il Paese; ma non la responsabilità di quello che consideravamo un delitto a carico delle masse lavoratrici» (32). (31) « La Romagna Socialista», 5 agosto 1922, Il ghiotto boccone. (32) « La Romagna Socialista>, 5 agosto 1922, L'impressione a Roma.
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