Giuseppe Ferrari - Corso sugli scrittori politici italiani

, - 92 - applicarsi a tutti i poemi, all'Iliade come al Ramayana, all'Odissea come al Paradiso perduto, noi finiremmo coll' attribuire metodicamente ai. più sommi ingegni pensieri esattamente opposti a quelli da loro espressi. Le allegorie che s'incontrano nella Divina Commediasi palesano da sè stesse, ne costituiscono anzi i difetti, gli stenti, i versistrani, le tediose oscu-. rità; si sa dove cominciano, dove finisconoe non occorre invocare il testimonio di Boccaccio o degli scrittori contemporanei per reslituire a Beatrice la vita di cui aveva fruito come Francesca da Rimini, o come il conte Ugolino.Non sta poi in una gretta incredulità il merito de'pensatori stessi, e un filosofo che ripetesse le obbiezioni di Celsocontro il cristiane3imo non sarebbe al certo più pregevol~di S. Tomaso che seguiva la corrente della fede meditando su problemi sconosciuti ai filosofi pagani. Nè consiste la forza inventiva de'riformatori nel diminuire il numero dei miracoli, dei sacramenti e delle preghiere; ma bensì nell' intendere meglio i misteri dell'uomo e della natura , e nel dominar un numero sempre maggioredi fatti. . I principj del moHdomoderno stanno adunque in potenza e non in atto nella DivinaCommedia, sono adombrati poeticamente ma non esposti categoricamente, sono inconscienti ma non consapevoli, giacciono latenti nell'estetica del poema, ma la parola non li pronunzia, il sillogismo non li afferra; scuotono, commuovono, obbligano a pensare , a meditare, ad intendere tutte le alt~rnative della ragione, ma· non le rischiarano positivamente, e _stanno al vero, in una parola~come il mito alla storia, l'emblen1a alla iscrizione, l'istinto al pensiero, il presentimento alla profezia.

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