- 80 - l'imperatore suo Arrig.o. VII della nuova dinastia di Lussemhourg,.protettore dei bianchi toscani. Per lui Federico Barbarossa, Arrigo VI e Federico II sono i tre oragani, i tre venti; del primo Q.Ondice se non una parola incerta tra la stima e 1~ironia, e getta l'ultimo nell' inferinotra gli eretici. Disdegna egualmente i loro predecessori,questi eroi della guerra delle investiture, questi giganti dell'impero che combattevano la Chiesa, mentre tutta l'Europa chiedeva la guerra in terra santa, e fedele ai guelfi suoi antenati egli fa l' apoteosi della Contessa Matilde, l'eroina che combattevagl' Imperiali dei tempi barbari. Ogni parte dell'epopea si spiega colla guerra agli • antichi ghibellini, colla guerra ai nuovi guelfi.Sono i primi che Giustiniano rampogna nel~cielo, sono i secondi che S. Pietro maledice' anch' esso. Se i tre pontefici della simonia recente formanouna sciagurata trilogia nell'inferno,se vi si scorge il postovuoto di ClementeV, il pastor senza legge, se vien chiamato BonifazioVIII principe deì Farisei, non la simonia, non il despotismoal certo determinanol'ira del poeta che sarebbe rimasto silenzioso,dove la santa sedenon avesse inanimato i Neri all'insurrezione.Ed avrebbe , rispettato gli Angioini, già suoi alleati, e la Francia loro primo sostegno,qualora il regno francesed'Italia e l'influenza di Parigi non avessero moltiplicatoa dismisura i Scipioni da trivio e le devastazioni civili. Quando i ghibellini antichi e i nuovi guelfi non l'irritano, Dante si tace, non canta mai per cantare, non prende mai la penna per seguire la cronologia o la geografia;poco si cura degli spazj per lui vuoti e nulla dice della stessaVenezia,che ancora •
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