Giuseppe Ferrari - Corso sugli scrittori politici italiani

- 708 - balzi. Fu chie~to se sia permesso al re di avere un amico; ma fu risposto coll'altra interrogazione se possa trovarlo: egli è solo e vegliano intorno a lui l'adulazione, i partigiani, le insidie della cupiditàe dell'ignoranza: di chi potrà adunque egli fidarsi?Del resto A1nelotnon è altro che sempliceletterato, mero co1npilatore; i suoi contemporanei sono scrittori da nulla; e che diremo noi dello stesso Bossuet? Chi segue egli nel suo libro della Sapienzaregia? S.Tomaso o Petrarca? Platina o Bottero? Mal saprei dirvelo, ma a dispetto dell'eloquenza, dell' abilità superiore della sua parola, delle sue vaste cognizionie della burbanza aulica che deve all'alta sua coscienza di essere il sommooratore di Versailles, il grand'interprete della revoca dell'editto di Nantes, non una frase, non una si1laba sua nella quale trascenda i limiti della politica anteriore. Più tardi non incontriamose non pochissimi scritti sugli ambasciatori, sui ministri. Saint-Pierre scrive il libro Della Polisidonia sui viziri e sui semiviziri del secolo XVII , il tempo dei trattati generali è finito. Diremo noi che manca l'ingegno politico ai Francesi? Disconosceremoogni loro meritO'nell'arte di regnare? No certo, ma per riconoscerlo bisogna lasciare la scuola monarchica, seguirela scuola repubb1 icana, e qui comincial'originalità franceseappunto perchè finisce l'influenza italiana. Nulla eguaglial'ardimento del repubblicano francese, egli è lo stoico del mondo moderno; solo fra le stragi e le catastrofi, egli sfida sempre la propria nazione, la propria natura. Chi più animoso di Langlet all'indomani della Sainte-Barthelemv?E le sue vendiciaecontratirannos "

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