Giuseppe Ferrari - Corso sugli scrittori politici italiani

- 754 - rapisce coll'incanto della frase e a prima giunta vi pare sì ardito che dimenticate non dirò il secretario di Firenze , ma Platone ed Aristotile quasi oramai malpratici e disadatti; e vi diletta quella specie d'impazienza intellettuale che gli fa assalire i pregiudizj dominanti e disprezzare i fastidiosi luoghi comuni dei moralisti in materia di politica. Il suo libro è veramente scagliato diritto alla testa dei teologi goffamente austeri, che facevano consistere la Ragion di Stato nell'amare Dio sopra ogni altra cosa e il prossimo come sè stessi. Quanta gioja egli non mostra nello schierarvi dinanzi i più spaventevoli veleni raccolti qua e là dal l\tlacchiavelli, dal Bottero, dal Malvezzi e da altri di altre nazioni! quanta compiacenza nello scandalizzare i più venerati babbei dell'epoca e nello stringersi al seno l'amico suo Campanella , quest' uomo notoriamente incendiario , alleato del Turco, profeta di nuova religione, capo di una ribellione contro la Spagna e tenuto un mostro da tutti i politici contemporanei! Egli tripudia evidentemente nel mostrare che il delitto fonda solo le monarchie, che Clodoveo era un furfante, Mosèun , impostore e tutti gli eroi greci, romani ed ebrei altrettanti bricconi. Nemicodi ogni idolo adorato egli desta poi l'aspettativa, anzi la frenesia dell'innova-. zione ; attende ad ogni istante formidabili mutazioni, predica che tutto può trasformarsi, le repubbliche succedere ai regni, i regni alle repubbliche, e tale è l'audacia sua che uno scrittore si mise in dovere di confutarlo, per cui egli ci giunge cosi commentato da quest'ombra paurosache lo segue da duecento anni gemendo e gridando in modo da dargli ognor sempre nuovo risalto.

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