Giuseppe Ferrari - Corso sugli scrittori politici italiani

\ • - 710 - della natura, non è più concesso ad alcun Romolo di fare o di disfare gli Stati a piacimento,e nessun Redentore può ostare oramai al corso della Storia sottratta per sempre alle metafisiche chimere del libero arbitrio. Voi arnmirate senza dubbio il Vico; egli ha sorpassato le mille voile il Doria; ma risponde egli vera1nente ali' inchiesta, se debbasi affidare ai filosofi il governo delle nazioni? L'altezza alla quale si solleva, non impiccolisceforse in modo fittizioque' particolari che nondimeno sono altrettante questioni di vita e di morte per le nazioni moderne? La nostra missione non è forse per l'appunto di conoscere quelle differenze tra Calcante e Gregorio VII; tra gli aruspici ed i vescovi sì metodica1nentedisprezzate _ dalla Scienza Nuova? Non sorge forse la società moderna con due poteri dh,tinti che mai l'antichità non aveva concetti? come 1naiconfonderequesta specialità unica del santo impero colla generica nozione dello Stato? Come scan1biarela nozionedi uno Stato religioso con quella della Chiesa che punto non è Stato ? Qual rapporto tra il regno venturo dei filosofi e quello di Pericle,· di Bruto o di Cesare? E a che giova l'esattezza della ScienzaNuova e il volo dell'inventore suo se rifiuta ogni risposta alle inchieste del secolo? Ci conviene adunque continuare la nostra via con uomini più volgari ma al •certo pitl UtiJ i. Accompagniamociadunque col lodigiano Comazzi, contemporaneo di Vico e di Doria, il quale ci si para dinanzi con un tuono sì stravagante e sì bizzarro che sembra quasi chiedere un posto tra queg 1 i scritturi del seicento che trattavano della Ragion

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