Giuseppe Ferrari - Corso sugli scrittori politici italiani

- 69 - Dicono che il lenne del deserto·spaventicol rug-- _gitotutte le fiere,le quali, a sentirlo,prese da terrore, non osano mè muoversi nè respirare. Tale è Dante n:el grande interregno della DivinaCommedia,il suo · rùggito spaventa la nazione, passa di secolo in se- -coloe giungendo fino a noi, ci scuotee ci chiediamo qual nemicoci minacciaancora da;l'lanticasua tomba. . ·udite la sua voce: Ah I serva Italia!... Oh Alberto - ·Tedescoche flbbandoni Costei...Vieni a veder la tua Rama.... Tante parole d'esterminio che Dantelanciavacontro la città itali~na non erano vane metafore, e in un momento in cui distruggevansi Sin_igagliaed Urbisaglia dovevano anzi esprimere il senso positivo in un comando. Più crudele del poeta pagano -che aveva vissuto seicento anni prima di Cristo. Dante sottoponevasi a ~ille torture per sorpassare l'ira di Ac·hille,e vedendoaccatastatinel suo poema tutti i dolori sparsi nella natura, si dubita àlla fine -che combattendoper la scienzaegli non perdessela ragion.e.A che esagerare la tirannia all'infinitocontro pontefici nomadi, impotenti, esigliati? A che invocar tutte le forze del cielo e della terra contro nemici deboli e sconfitti?Ma se Dante delirava, il :suo delirio era quello dell'Italia pensante, dell'Italia .che adora e respinge la Chiesa; dell'Italia che ne reclama le glorie e deve svellerladal proprio seno, ed era :il poeta simile ad Otelloche vuole strappare da sè· Desdemona, le cui chiome stanno ravvolte nelle fi~bredel suo cuore. E la Chie&ache il poeta malédivanon era solo a Roma o ad Avignoneo nei tempj o sugli ·altari o nelle estasi della _pittura nascente, o nelle meditazionidei dottori o nell' en·tu,. •

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