• \ - 607 - · Io chiuderò quest'epoca tristissima per la politica regia col citarvi lo scrittore napoletano, cui la fatalità ·decerneun posto unico e distinto tra i politici italiani. Sammarco,signore di Evandro e di Camino, è il primo che metta stil frontespizio di un suo libro la parola rivoluzione, e tanto basta perchè rimanga in una ·classe separata, solo nella sua specie. ., In verità il concetto della rivoluzione gli .sfugge ed è lontano dall'afferrarlo nella regolare sostituzione di un governo all'altro, di una forma all'altra. Platone che fantasticamentedescriveva la storia della sua Repubblica ideale, precipitata d' abisso in abisso nell'ultimo baratro della tirannia, gli è d'assai superiore perchè vede Ja ruota della fortuna. D' altronde non sospetta egli neppure che la storìa circolare dei governi tracciata da l\'Iacchiavelli,e la grand' arte del successo dallo stesso concetta in partita doppia mezzorepubblicana e mezzomonarchica, pos- · sano servire di base o di preparazione alla nuova scieuza tlelle mutazioni. Che anzi noi lo dichiariamo inferiore allo stesso Aristotile, il quale classificava le diverse corruzioni e catastrofi di cui era suscettibile ogui forn1asenza punto preoccuparsi della fatale loro successione. E rimari e pure estraneo il Sa1nmarco. agli scarsi progressi che il peripatetismo può forse aver fatto colle teorie di Bodino di Campanella,che si sforzarono di meglio annotare i casi, le occasioni, gli accidenti, le gradazioni delle peripezie e i rimedj che si possono loro opporre. Lo scrittore di cui parliamo si limita a considerare le mutazioni come vere disgrazie; quali esse si~nsi, le deplora costantemente, le vede imminenti,numerosissime in ogni situazione e più facili che altrove
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