Giuseppe Ferrari - Corso sugli scrittori politici italiani

- 6~7 - ~ssi, non ci obblighino a· considerare la corte come un luogo, non di dGlizie, n1a di perdizione, il principe non come un Dioma come un essere capricciosamente fa~tidioso,la grazia stessa del principe non come una felicità ma come un'ombra ingannevole. Il savio saprebbe adulare, mentire, curarsi d'un favore variabile? Perchè si esporrebbe alle insidie innumerevoli della Ragion di Stato? Perchè scendederebbe a livellodei cortigiani? Voi potete facilmente accordare la necessità di un re, di un palazzo che ,lo alloggi, di una serie di funzionari che lo servano; I l'uomo al quale fanno capo tuUe le sollecitazioni di un popolo non potrebbe essere lasciato senza servitori, senza ciambellani, senza cocchieri, senza scudieri; nè si potrebbe permettere agli individui che voglionovederlo,di affluiresenza ordine, senza scelta, senza formalità, senza esame nelle anticamere, dove tolte le regoledell'etichettanon vi sarebbe nè udienza, nè decenza, nè ·_ragioneF. ate, se volete, questa concessione alla cortigiania indispensabileai re come ai dittatori, necessaria ai principi come ai tribuni, ai ma3aniclli ùegli e3crciti come a queili della moltitudine; s'intende benissimo la necessità di regole esatte e severissime per avvicinarsi dell'essere, i cui gesti po~su11t0radursi in sentenze di morte ed il cui sorriso può valere ingenti ricchezze. Ma anche in questo caso non sorge forse un nuovo problema, se sia utile che il savio si avventuri in mezzoa tanti cortigiani in blouse o in giornea? Poichè tutto è sottopostoa leggi cieche e materiali, ad esseri volgari e strani, a capi la cui stupidità spesso diventa grandezz.a; i savj sono essi veramente necessarj ai go- ,,erni '/ D'altra parte sarà forse utile ai capi politici il

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