Giuseppe Ferrari - Corso sugli scrittori politici italiani

- i09 - LasciatoBozioincontriamo il celebre ScipioneAmmirato, il quale non è nè un santo, nè un uoino di genio, nè uno spirito poetico, ma che dotato di un dolce carattere e di un buon senso seducente, ci giunge sempre amico perchè se non lo stimiamo di alta intelligenza, riesce opportunissimo in questo momentodella fase italiana. Il suo merito consiste nel tradurre le idee di Bozio e degli scrittori religiosi in un linguaggio scientificoe profano, svelando con una facilità tutta napoletana quella serie di considerazioni storiche profondamente sconosciuta agli scrittori anteriori alla dominazione spagnuola e poco accette quando presentatBsotto l'aspetto meramente religioso. Sente egli benissimo come Bo:(io e come i gesuiti, che la forza dell'Italia risiede nella religione, la quale deve essere una per esser grande, non am1nelterinterne oscillazioni per non trovarsi in balia di inopinati dissìdj, ma non sull'ortodossia si fonda egli per svelare la forza del cattolicismo, e non cita se non gli antichi Romani e i ~iussuln1anisottomettendo così il suo concetto alla ragione. Crede egli altresì al Papato; n1a per qual motivo? non a causa di S. Pietro, nè dei miracoli, nè dei concilj, bensì perchè vede nella Santa Sede la piì1 grande delle Repubbliche, nel Governo romano un governo parlamentario, e nell'elezione del Pontefice un vero atto di morale tribunizia. Continuando in modoprofano la critica intrapresa dal Bozio contro Macchiavelli, egli si ripropone Ja domanda, se sia vero che la Sede apostolica tenga l'Italia divisa? e qui pure posta da banda ogni idea religiosa, egli nota che nell'epoca Longobarda il Ponteficenon esercitònessun' influenza,che se egli invocò

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