Giuseppe Ferrari - Corso sugli scrittori politici italiani

,.. - 37 - :suoi scritti che lo mostri tocco da un avvenimento. Discese in terra come un genio superiore, e le scuole Jo chiamarono il ioro Angelo, le moltitudini l' ado- -rano anche adesso sugli altari, e la filosofia,memore ·degli alti servigj da lui resi alla sua causa,.gli perdona di essere stato domenicano, e lo ripone senza distinzione di fede fra i più illustri cultori della scienza. Eppure l'Angelo della scuola cede al soffio italiano, la logica sua si piega come vela del marinajo al vento del giorno: egli l'ignora e neppur vede il moto; ma abbreviati i suoi lavori, intralasciata ogni superflua·_particolarità,concentratala nostra attenzione sulle sole idee che lo distinguono dai più antichi politici, il suo moto è quello della monarchia. Che egli parli delle leggi o commentila politica d'Aristotele o che scriva il severo trattato De regimine principum egli parte dall'assiomache megliovale il governodi uno chedi piil uomini, che una perenneditattura è indispensabile per infrenare la società e per reprimere la guerra civile, i cui semi germinanodap- , pertutto; ed ogni asserto,ogni tesi del Dottorediscende da questo principio·suggerito dalla necessità rivoluzionaria di spegnere anzi tutto le dissensioni autotorizzate dalla legge e di atterrare le città, i villaggi, i parlamenti muniti del terribile diritto di resistere .al progresso e d'insanguinare la nazione. Non che il J)ottore menomamente alluda alla Italia del suo tempo, o discenda a tracciare alcun progetto, o a pronunziare una parola che tocchi i grandi combattimenti guelfi o ghibellini; non lascia egli mai le alture , della teoria, e perpetuamente astratto e quasi matematico, il suo linguaggio non permette di sa- .pere se egli appartengaall'epoca di Periclepiuttosto .,

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