Giuseppe Ferrari - Corso sugli scrittori politici italiani

- 340 - a perdere ad ogni istante le ricchezze accordategli dal principe ed a vivere nella torbida bufera di mille molestissimecure; i tempi sono mutati, l' atinosfera si è rasserenata e sorge il cortigianocontenuto, dotto, letterato, cawo, mansueto, leggiadro, attilato, sempre sincero, scherzoso senza mai offendere, riguardato nell'accettare le offerte e sopratutto amico del principe, suo consigliere, suo mentore; che se dotato di troppo alto ingegno teme qualche volta dì oscurarlo, imita egli la cote che agguzza il ferro, e segue l'esempio di Aristotelee di Platone alla Corte di Alessandroe di Dionigia cui giungevanocarissimi. Così era innocentementedescritto il cortigianonei primi anni del XVI secolo, da uno scrittore che andava in estasi a vedere, com'egli diceva, tanti e sì divini principi, ed era talmente per~uaso della magnificenza della signoria, che produceva ben ignamente ogni obbiezione repubblicana, sicuro di vederla schiacciata dall'andamento delle cose, dovendo sempre i popoli essere sottommessi, occupati, obbedienti, come lo attestano le piramidi d'Egitto loro ordinate per mantenerli in esercizio. Ma all'epoca della decadenza cessata la spensierata eleganza del secolo di Leone ·x e prevalendo dovunque la monarchia nello stesso tempo che la servitù dell'Italia non solo l'antica massa dei cospiratori, dei ricchi e degli uomini politici.affluivaaJla corte, ma il vivervi stesso.trasformandosi in un mestiere lucrativo,l'arte della cortigianiadestò l'ingegno di nuovi maestri. E. siccome essa segue sempre a distanza l'arte di regnare, questa essendo sciolta dai candidi equivoci de1la scuola Petrarchesca, Nifo da Sessa che noi abbiamo già citato con vilipendio per

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