Giuseppe Ferrari - Corso sugli scrittori politici italiani

- 300 - ardito concetto trovasi sempre le mille volte superato, ogni loro sentimento generoso vien vinto da una intelligenza superiormente prevalente, la disperazione del Luogotenente della Chiesa li avviluppa, ,na quando gli chiedono se vuole il ritorno di Pietro de' Medici, non lo avrei cacciato, risponde egli, non lo vorrei richiamare. Egli resta nel fatto, meravigliosamente descritto, accettato intellettualmente e non mai moralmente, una tristezza velata fa presentì~·c sempre più grandi disastri, o almeno l'impossibiliti\ di conservare quella·.parte di bene che pur rimane sempre nel peggiore de' governi. Quindi mutate le cose, quando ritornano i l\ledici, Guicciardini non vorrebbe cacciarli, e si rassegna di nuovo con una 1neravigliosaprontezza. Questa rassegnaiione rapida e quasi impersonale, questo presentare l'intelligenza sua agli avvenimenti, quale specchio che riflette fedelmente ogni cosa senza mescolarvi l'ostinazione di chi.vuol cavillare col destino, emana dal principio stesso della sua politica individuale. Se non si fondasse sullo sprezzante rispetto dei fatti esteriori, i suoi calcoli non avrebbero valore, non sarebbero individuali, nè sarebbe egli il capo della sua scuola, il Guicciardiniche passava felicerncntenel 1512 dalla repubblica al principato, ed al quale nessuna vicissitudine poteva nuocer~, nessuna rivoluzioneostare, nessuna religione turbare i sonni tranquillissimi in faccia ad ogni spavento sopranaturale. Sarebbe facilissimo il dargli taccia di viltà _per que1la sua celerità a riconoscere i fatti ed a scivolare tra i principj della storia, e una recente scuola francese ci ha mostrato quanto fosseromisere l'anima, e le previsioni di chi servivasi dei fatti compiti nel••

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==