Giuseppe Ferrari - Corso sugli scrittori politici italiani

- 292 - >) selvaggi? e non diremo noi che l' uomo incivilito », è il più gran nemico dell' uon10? » « Felice l'età in cui non eranvi leggi, nè plebi- » sciti, nè finzioni, nè frodi, nè usure, nè imposte, » nè avarizia, nè ambizione, nè gloria, nè ricchi, >> nè poveri, nè assedj, nè stragi, nè guerre, nè ri- » voluzioni. » Flaminio continua l'invettiva contro , la civilizzazione, vede il male che si estende come una malattia, sostituendo un vizio ad ogni virtù, e « noi non siamo più uomini, egli esclama, noi noi t » ne abbiamo che la forma. » « Dovessi essere crocifisso, conchiude egli, io dh·l) » apertamente il mio pensiero, e vorrei che la mia » voce fosse intesa da tutte le nazioni, odami la na- » tura, odami l'umanità. Essendo oramai avverato che - >> costrutte le città, moltiplicaronsi i mali degli uomini, )) e tutti quasi i vizj hanno fatta irruzione nel genere >> umano, e siccome la nostra razza peggiora di con-- » tinuo, in modo che la vendetta del cielo ci minac- >> eia, ed essendo ridotti a tale da non sopporLaren ò o i nostri vizj nè i rin1edj, io credo che, lasciate le-. >> città ed ogni consorzio, si debba far ritorno alla » solitudine dei campi e lasciare questa immane » belva dello Stato, volgendo il tergo ai regni, agli » imperj, agli onori, alle dignità, alle ambizioni, al!c » ricchezze e alle vuote glorie che tanto ci tormen- >> tano. Togliamoci a questa società pazza e perversa; » che la giustizia discenda sulla terra una seconda >> volta. Che havvi di più dolce e di più soave del » vivere secondo la natura? » Vi ho letto, o signori, questo lungo passaggio c. contro alle mie abitudini ho lasciato parlare l'autore, perchè Vida contrassegna il momento che giunge

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