Giuseppe Ferrari - Corso sugli scrittori politici italiani

- 263 - e degli Svizzeri, e non vedeva nè GiulioII nè Carlo Quinto;deridevatutti i capi conten1poraneie, LeoneX, Clen1ente VII, l'obbligavano a diventare loro cliente, loro satellite; malediva la Chiesa come causa prima della debolezzadell'Italia, e moriva combattendoper la Chiesa, farneticando stolte eventualità in favore della santa sede, deplorandone l'ultima decadenza nell'istante in cui si rinvigoriva, da ultimo chiedendo la forza, l'unità, il regno d'Italia alla famiglia dei Medici che egli da rivoluzionarioavrebbe invece dovuto annoverare appunto tra le fan1igliefatali, nate per la rovina della·.nazione. La stessa idea che l' Ita1ia rendeva l'ultimo suo sospiro, quest' istesso errore che l' Italia era conquistata dall' estero, quest'illusione che dà forma di scienza agli innumerevoli suoi giudizj sulla storia contemporanea era frutto amaro e tardivo della s11a riflessione. Nel 1494 poco gli caleva della discesa di Carlo VIII o della conquista francese; al vedere l'ottimo umore delle prime sue lettere si sarebbe piuttosto lamentato che non fosse accaduta, n1a quando vide gli Italiani sempre vinti, sempre dispersi ad Alessandria, a Capua, a Genova, a Bologna, a Mestre come lo erano stati a Fornovi e sul Garigliano, quando s' accorse che sul campo di battaglia le armi italiane erano spuntate, i soldati incerti, i capi venduti, allora la discesa di CarloVIII si disegnò d'anno in anno semprepiù viva nella sua mente, allora intese la sua sconfitta, allora la necessità di sfogarsi, come egli diceva, scatenandosi contro i principi del suo· tempo gli dettava i suoi libri, e allora da attore fatio spettatore descriveva ogni fatto compito con lucidezza incomparabile, e I t •

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